
Lo scrivo sottovoce, ma lo scrivo. Michel Butor, uno dei maggiori scrittori francesi del Novecento, tra quelli viventi naturalmente, viene a fare un giro in Italia all’età di 81 anni. Assieme a incontri, presentazioni e conferenze, segue un percorso goloso, ovviamente limitato ai luoghi toccati dal suo viaggio, per entrare in contatto gustativo con alcune delle eccellenze gastronomiche italiane. Un francese. Già ci sarebbe da gridare al miracolo. In più il viaggio goloso di Butor viene anche raccontato da un blog, il mio, questo. Beh, un blog che rilancia la notizia? Un commentino? Un in bocca al lupo, monsieur Butor, si beva e si mangi il meglio dell’Italia? Ma dove sono i blogger gastronomici di fronte alla cultura? Di fronte a qualsiasi cosa si discosti dalla ricettina, dalla recensione sempre più simile a quelle delle guide o dal vinello del giorno? Oppure nessuno conosce Michel Butor perché non c’è nei programmi delle scuole medie e nemmeno in quelli delle televisioni?
Per me è una piccola rivoluzione. Da oggi in poi tutti i miei post golosi, tutte le chiacchiere intorno al cibo e al vino, le pubblicherò sul nuovo Peperosso 2.0. I motivi sono diversi. Il primo, il principale, è perché mi piace partecipare alla sfida che Luca Ajroldi ha lanciato nel mondo dei blog: farli diventare prodotti editoriali. Luca è un amico e un giornalista di razza, non proprio giovanissimo, anzi un po' stagionato, ma nonostante questo sta investendo nella rete un po' di soldi, un sacco di tempo e la passione di un gruppo di giovani professionisti della parola. Io non so cosa lui stia vedendo e dove voglia arrivare con Communicagroup, ma mi ha chiesto e una mano e mi piace dargliela.
Il secondo motivo è che passare sempre per uno che pensa solo a mangiare e bere mi va un po' stretto. La vita è ampia e dentro c'è posto anche per mangiare e bere. Così ho pensato che Appunti di Viaggio sarà un luogo dove si parlerà soprattutto della gente che incontro, delle cose che faccio. Un po' come è stato per il mio Viaggio lungo il Po. Vini e cibi li porto in un luogo dove condividerli con altri, una grande tavolata, un luogo di chiacchiere, un'osteria on line, come mi piace pensare Peperosso.
Qui la prima cosa che ho scritto.
Monticelli d’Ongina, Piacenza. Suona la sirena che mette in allarme: si aprono le imponenti paratie della diga di Isola Serafini. Il Po è alto, troppo, e la diga scolma a valle tutta l’acqua che fino a ieri tratteneva avidamente. Il fiume cresce e qui è un altro fiume. Alla conca di Isola Serafini dove le barche dovrebbero superare la diga ma, il più delle volte ci riescono solo le canoe perché vengono portate a spalla, Alberto Gallina, conchista e meatore, ci porta in giro col motoscafo dell’Arni nel bacino a monte della diga.
Fiume ampio, largo, lento, con pesci che saltano, carpe che rumoreggiano in amore, uccelli acquatici e nutrie che si spartiscono le sponde, poi piccole lanche e la foce del Chiavenna, affluente di destra che passa accanto a quella che era la centrale nucleare di Caorso e crea meandri paludosi che ricordano i fiumi d’Indocina, almeno quelli visti al cinema nei film sul Vietnam. È un altro Po, quasi lacustre, dove si naviga ancora, dove è attraccata una draga del 1930 ottenuta dall’Austria come risarcimento della prima guerra mondiale, dove si possono osservare i papiri sulle sponde e in cielo aironi, svassi, gallinelle, garzette, fenicotteri, con un po’ di fortuna cavalieri d’Italia...
A raccontare il fiume c’è ancora Annibale Volpi, che lavorava alla conca prima di Gallini. È uno a cui il Po scorre nelle vene e a volte fa l’effetto del vino. Un bambino fluviale di quasi settant’anni che nel 1979 ha catturato una trota, sì proprio una trota, di 1,9 kg sotto lo sbarramento di Isola Serafini: “perché qui l’acqua cade e c’è la corrente, l’ossigeno che serve alle trote. E non era una mormorata scesa dall’Adda, era proprio una trota del Po...”
Sembra un’altra storia, un altro luogo, forse più simile all’affresco fluviale del pittore Giuseppe Malfanti che racconta la vita sul Po negli anni Cinquanta e sovrasta il salone della Trattoria Cattivelli, oggi chiusa per turno, ma aperta per noi, nel senso che Valentino Cattivelli e il genero Luca Castellani ci hanno invitato a pranzo, in casa, per raccontarci, tra una fetta di coppa piacentina e un’anguilla in umido con piselli e polenta, la storia dell’unica trattoria nell’unica isola abitata del Po. Anche questo è un altro fiume, un altro mondo. Ecco con cosa si torna a casa: con l’idea di un fiume che non è più padre né madre, come in passato, ma compagno d’avventura di chi ancora vive lungo le sponde. Sono gli uomini a costruire l’avventura, la poesia, in disastro, l’abbandono, la meraviglia e il degrado. Il fiume c’è, non si tira indietro, ci mette del suo, ci mette la bellezza, la maestosità della natura, l’odore dell’acqua che è vita, ma anche fatica, ma riempie comunque, sempre, le narici di un’intensità indelebile, che resta per chiunque è passato di qui. Puzza, olezzo, profumo, dipende dal naso, dal cuore, da come si sente la vita.
Undici giorni di viaggio: quasi trecento chilometri percorsi con tutti i mezzi, a partire dalla mitica pilotina Random fino al treno, regionale, da Monticelli d’Ongina a Piacenza, raggiunto sotto la pioggia con le biciclette caricate sul furgone della trattoria Cattivelli. Dal Delta a Caorso, più o meno, per dare un sguardo al Grande Fiume, a chi lo abita, ai sapori che sono nati intorno al Po. Una decina di taniche di benzina sudate dagli argini alle statali, pioggia battente e solo cocente, freddo, caldo da disidratarsi, decine e decine di litri d’acqua da bere e migliaia di metri cubi, sempre d’acqua, da attraversare, una carta di credito e un bancomat mangiati da un distributore automatico, sudore a ettolitri... Amici tanti, che abbiamo incontrato e che ci hanno sostenuto con i mezzi e con l’appoggio logistico da casa. A tutti dobbiamo un pezzo di questo viaggio. I nomi, a parte l’associazione Random di Pizzighettone che ci ha sostenuto con la barca, non servono, chi c’era lo sa: grazie!

Cremona. Siamo arrivati quasi in fondo. Grazie a tutte le persone che ci hanno dato una mano lungo questo viaggio tra fiume e anima, alla scoperta anche inconsapevole di cosa c’è sotto alla crosta della Padania. Scivolando in bicicletta sul ponte di ferro che collega la sponda piacentina a Cremona mi sono passati davanti agli occhi quasi dieci giorni di Po, lunghi di contraddizioni, nei paesaggi, negli uomini e nelle donne, nei sapori, nei sogni che qui sono nati e in quelli che sono annegati col passare del tempo. Sotto al ponte il fiume gonfio d’acqua, tanta, muscoloso e potente. L’acqua che ci ha impedito, marinai improvvisati, di terminare il viaggio con la pilotina Random, la barca che con amicizia e fatica ci è stata messa a disposizione dall’associazione culturale Random di Pizzigghettone, un gruppo di persone che più di altre hanno capito il senso di questo viaggio: in barca, in bicicletta, a piedi, in treno, come torneremo in quel di Rimini dopodomani sera, dopo aver setacciato Cremona, i suoi dintorni e Isola Serafini, una sorta di enclave di terra circondata dal fiume che rappresenta il punto più a monte della nostra ricerca, dove il Po riceve le acque dell’Adda (questo è il legame culturale più forte di Pizzighettone, che sta sull’Adda, con il Po e con il nostro viaggio).

Beh, sul ponte di ferro mi sono girato e dietro ho visto la storia, la civiltà fluviale scomparire senza neppure accorgersi, cancellata dalle promesse non mantenute della modernità, dall’avvento della ruota, come dice Massimo Spigaroli, produttore di Culatello di Zibello e custode di una fluvialità antica, resa attuale, vissuta con consapevolezza contemporanea. Quando si dice che la cultura passa, anche, attraverso la tavola, l’agricoltura, le produzioni territoriali, io intendo questo: uomini consapevoli della propria storia e del proprio ruolo nell’immaginare un mondo migliore, nel senso che piace di più a chi lo persegue e lo propone, ma anche nel senso che può essere migliore per tutti. Massimo ci ha dato questa lettura: il fiume ha iniziato a morire quando si sono cominciate a trasportare le cose lungo le strade, quando sono arrivate le auto. Certo, hanno dato una mano l’industrializzazione, l’inquinamento, il mito della città e del lavoro sicuro, ma la colpa è delle auto. È cambiato il punto di vista: si è cominciato a guardare alla strada e non più al fiume.
E oggi? E domani? Riuscire a dare un senso a quello che è rimasto, ai luoghi, all’ambiente, alla natura, un valore all’agricoltura autentica, buona, ai grandi prodotti che nascono dal fiume e dal clima come il Culatello di Zibello. Ne abbiamo assaggiato uno di maiale nero parmigiano stagionato 29 mesi dal sapore che sembrava una passeggiata nella golena dopo la pioggia, dal profumo del tempo che muta, della nebbia d’inverno, dell’afa che addensa l’aria d’estate... Tutto in una fetta di maiale ricca della dolcezza del tempo. Eccolo il miracolo del fiume che ha salvato angoli da raccontare, luoghi e sapori per viaggiatori alla ricerca di un altro punto di vista, sul mondo. Viaggiatori fluviali, navigatori, ciclisti. Viaggiatori, non turisti.
In bicicletta è come in barca. Gli strumenti redatti con tanta prosopopea sono inutili. Come le carte nautiche segnalano approdi e distributori fantasma, le cartine delle piste ciclabili sono poco chiare, in alcuni casi approssimative e spacciano per ciclabili delle specie di camionabili arginali senza alcuna manutenzione. La segnaletica? Soprassediamo. Il fiume, il viaggio, in barca, in bicicletta, spesso (non sempre, non dappertutto) è una grande e solitaria bugia, da strombazzare ai convegni, da vendere in campagna elettorale. Cercando di seguire l’argine piacentino, perdendomi tra le belle ciliegie di Villanova d’Arda, mi sono chiesto se chi realizza le cartine delle ciclabili regionali sia mai andato in bicicletta e se ci sia andato lungo le strade che ha disegnato. Sembra di vivere in un mondo per sentito dire.
“La in fondo erano i pioppi e il grande fiume e, nel cielo immenso, c’erano tutte le mie favole”, questo è il Po del Mondo Piccolo di Giovannino Guareschi. Non importa se antiche e moderne, ma su queste acque scorrono le favole, quelle che in questi giorni abbiamo saputo disegnare, raccogliere, raccontare forse. Il ponte di ferro ci ha portati a Cremona.
Adesso, a Cremona, occorre trovare il modo di riportarci anche Random, la barca, ma questa è un’altra storia. E Stefano Rossini? Potete leggerlo qui in una interpretazione che strappa ben più di un sorriso, o guardarlo in questo scontro tra titani della musica: Verdi versus Rossini, nella piazza di Busseto, paesino parmigiano che vive nel culto del musicista (come Gualtieri del pittore Ligabue e Brescello dei film di don Camillo e Peppone...).
Busseto, Parma. Giulia, mia figlia, è andata in giro a lungo con una bella maglia con la scritta: “Io vivo in Emilia Romagna”. Era una scritta orgogliosa. Non è campanilismo. E nemmeno retorica: sulla sponda destra del Po (le rive di un fiume si definiscono con le spalle alla sorgente e lo sguardo al mare), in Emilia, in questa Emilia tra Reggio e Parma, si sente di stare in una regione più viva e più vissuta. Un luogo dove le contraddizioni possono armonizzarsi, dove è normale, rientrando la sera sentire dibattiti in dialetto e in qualche lingua africana, tutti portati avanti con grande pacatezza. Qui le biciclette non le rubano. Tra Mantova e Rovigo consigliavano lucchetti e catene, tra Reggio e Parma ti dicono chiaro che nessuno tocca nulla. Vero o falso che sia si sta bene in questo chiacchierare emiliano di grandi parmigiano reggiano e di aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia.
Persino le vicissitudini quotidiane, quelle cose noiose che una volta superate si possono pure non raccontare, sembrano più leggere quando cominci a respirare il profumo di tigli che conduce al centro di Busseto, capitale verdiana, ovvero dedicata al musicista, anzi al maestro, Giuseppe Verdi: “Il maestro è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà...” Qui la Padania è silenziosa e ordinata, le lucciole sono quelle che si accendono e spengono a intermittenza. Cicale e civette lontane dicono che è bello scrivere sulla veranda. Oggi è domenica e il racconto si ferma qui. Sono così stanco che gli occhi si chiudono e mi sento trasformare in un animale mitologico, un po’ anguilla un po’ maiale, un po’ vacca frisona, un po’ pesce gatto... Un po’ di riposo mi chiama. Domani si va avanti, a pedali. Prima tappa, dietro l’angolo: Polesine Parmense, alla ricerca del culatello, quello buono.
Nelle foto, di Stefano Rossini, ci sono io, in alto, tra le migliaia di forme di Parmigiano Reggiano che stagionano nel Caseificio Sociale Castellazzo fondato nel 1900 a Campagnola Emilia. Sopra il giovane Andrea Bezzecchi tra il suo aceto balsamico tradizionale di Reggio.
Guastalla, Reggio Emilia. Anche se scrivo all’una di notte oggi è ancora il 2 giugno, la festa della Repubblica. Nonno Tommaso Marziani, classe 1891, capostazione socialista, per età tra quelli che la Repubblica l’hanno voluta e costruita col loro lavoro, sarebbe morto di crepacuore di fronte alla desolazione della stazione di Pegognaga, linea Ferrara-Suzzara, che definire squallida e fatiscente è come farle un complimento. Un senso di vuoto ti esplode tra la sporcizia, le oscenità scritte sui muri e sui sedili, la sala d’attesa dalle mura scrostate, il laconico e malinconico scorrere delle comunicazioni appese, degli orari cadenti. Inutile dire che i treni passano di tanto in tanto, molto in tanto: vecchie motrici su unici binari che trasportano un mondo che si muove con passi di una provincia che non sempre affascina.
Abbiamo lasciato anche le bici, a venti chilometri dalla barca. Piove sempre. Ma questo non ci ha impedito di pranzare sull’Enza, quasi alla confluenza con il Po, in una vecchia osteria fluviale, la trattoria Lido Enza, con tanto di cannucce alle pareti, proprio come un vecchio capanno. Cappelletti, lasagne, tortelli, tutto nel segno della migliore tradizione e poi il fritto di fiume: rane, pesci gatto e pescetti che chiamano psola. Anche qui le rane vengono dalla Turchia e il resto dal lago Trasimeno in Umbria. È bello però leggere la frase forse più famosa di Luigi Veronelli: “il peggior vino del contadino e meglio di qualsiasi vino dell’industria”. E i Lambrusco proposti sono tutti fermentanti in bottiglia, una addirittura è fatto con l’uva Fogarina, quella della canzoncina.
Brescello è un paese che vive sul mito di don Camillo e Peppone, non proprio dei personaggi dello scrittore Giovannino Guareschi, ma dei film con Fernandel e Gino Cervi. Dalla torta di Peppone (ovviamente rossa), alle statue dei due attori nella piazza principale, fino al museo gestito dalla pro loco tutto riporta alle vecchie pellicole con prete in tonaca e il sindaco coi baffoni. Persino Luigi Comencini ne ha girato uno di questi film: “Il compagno don Camillo”. Manifesti in bianco e nero che fanno il paio con il marchio storico, bellissimo, della golosa Spongata Benelli, dolce ripieno di noci, mandorle, uvetta e spezie prodotto con la stessa gustosa ricetta dal 1863.
A Gualtieri, invece, vivono di un altro mito, mal sopportato in vita: Ligabue, Antonio, il pittore. Quello che a lungo è stato definito naif e adesso tutti considerano un “espressionista tragico”. Pittore di golena e di pazzia che quando raggiunge la notorietà e un poco di benessere investe i soldi in moto Guzzi ed automobili. Le ama tanto, le auto, che qui si racconta che licenziò l’autista: ingrassato e Ligabue temeva potesse sfondare i sedili della macchina. Con le moto girava per Gualtieri con i quadri appesi sulla schiena, in piazza, a mostrare a tutti di cosa era capace. È forse la personalità più potente che si sente emergere da questa golena piovosa, dove il fiume e la natura sono tante cose, a volte dure, selvagge, selvatiche, contraddittorie.
Cena nel porto di Boretto, sulla motonave Stradivari gestita da Giuliano Landini, campione mondiale di motonautica negli Ottanta e Novanta. Cucina legata al fiume e al territorio: su tutto l’impareggiabile risotto all’anguilla affumicata, fumo e serpente di mare avvinghiati attorno al vialone nano, esplosione gustativa con il naso alla cucina del nord Europa e lo sgranarsi del riso veronese. Un piatto che da solo vale il viaggio.
Domani, 3 giugno, andiamo a caccia di aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia e di altre atmosfere padane, poi risaliamo il fiume, con tutti i mezzi possibili, fino alle terre del culatello.
Se vuoi leggere questo viaggio visto da Stefano Rossini clicca qui.

Correggio Micheli, Mantova. C’è un posto migliore di uno che si chiama come te – come noi: Micheli – per lasciare una barca? No, un nome, un destino. La pilotina Random si ferma a Correggio Micheli, dove il 23 aprile del 1945 gli americani riuscirono ad attraversare il Po sui gommoni d’assalto lasciando un buon numero di caduti sotto l’artiglieria tedesca. Due giorni prima della fine della guerra e di Milano liberata dai partigiani. È sempre strano vedere da dove passa la storia.
Random, la barca, è legata con due cime e altrettanti nodi che oggi sappiamo fare bene nella darsena del porto turistico fluviale Lauro Zampolli, l’unico luogo che abbiamo incontrato, finora, dove ci sono servizi (attracco comodo e sicuro benzina, camere spartane ma accessibili, un piccolo bar...) e persone che amano il fiume e ne hanno saputo fare un lavoro. Il Po mostra i muscoli, la potenza, l’impeto. La pioggia scroscia, il vento taglia. Sta arrivando l’acqua dalle burrasche del nord. Impossibile muoversi, almeno fino a martedì. Consultazione veloce con Stefano Rossini e responso sofferto: via dalla barca. Ma il viaggio continua: troppo fiume ancora da vedere, persone da incontrare, luoghi da comprendere... Come? In bicicletta, tempo permettendo. Domattina partenza all’alba, direzione Boretto, pista ciclabile lungo l’argine destro. Verso l’Emilia. Se la pioggia lo consente. Sennò biciclette in stazione e avanti con il vecchio treno delle linee secondarie. Insomma, a Cremona ci arriviamo. Peccato per la barca, per il fiume, per quello che insegna navigare.
Una tra le cose che si imparano vedendo il mondo dall’acqua è che c’è sempre un punto di vista diverso, una via di fuga dell’occhio, un modo altro di pensare. Adesso mangiamo, spesso e bene, seguendo i percorsi di sapori che sono tipici. Tipici di cosa? Si fa ancora il pesce di fiume: quelli che lo scelgono al meglio, che non lo importano congelato dall’Egitto, comprano anguille a Comacchio, lucci in Ungheria, storioni negli allevamenti del Bresciano, persici nel lago di Garda e pesci gatti sul lago Trasimeno. Cosa è rimasto del fiume dove i pesci gatto erano prelibatezze da prender la sera andando a casa dopo il lavoro? Due canne o un semplice retino per arrivare con due pesci per cena. Però ci sono luoghi dove la cucina cerca di rimanere vicina al territorio, all’idea dei sapori locali. È il caso del ristorante L’impronta di San Benedetto Po dove con il Rosso del Vicariato, bel Lambrusco della cantina di Quistello, innaffiamo il sorbir d’aglio, il brodo con gli anoli di carne che prelude a pantagrueliche mangiate. Prepara lo stomaco alla rinascimentale anguilla fritta con la cipolla rossa e le zucchine all’aceto, al salame mantovano con la polenta e il profumato lardo pistà, ai superlativi tortelli con la zucca (qui davvero eccelsi), alle tagliatelle col sugo di costine insaporito al ginepro. Poi parmigiano reggiano (qui siamo nell’Oltrepò mantovano, si fa questo non il grana padano come nel resto della provincia), mostarda di pere kaiser caramellate, composta di pomodori verdi, torta sbrisolona... Ce n’è di che perdersi e infatti ci perdiamo in chiacchiere con Matteo Alfonsi, il cuoco, e dopo, in piazza, con i vecchietti del paese: a sentir loro il Po era, era, era... Un pezzo di gioventù, pensiamo noi.
San Benedetto Po è luogo di bonifica millenaria portata avanti dai frati della città monastero di Polirone. Una storia a cavallo con quella dell’ordine benedettino. Ora et labora, dove il lavoro più importante era quello dei copisti, degli amanuensi, l’unica mansione che dava diritto ad accedere ogni volta che si desiderava alla camera del fuoco, solo luogo riscaldato, in inverno, di questo complesso che affascina, stupisce, rapisce, conduce lontano nel tempo, fa vagare i pensieri tra sacro e profano, aiutati dalla competenza estrema della nostra guida: Giovanna Gazzotti, stagista all’ufficio turistico, bravissima (nella foto sotto, sempre scattata dall’indomito Stefano Rossini). Ci inchioda tra chiese e refettori, capitelli, capitolo, navate, chiostri, arcate, giardini di spezie per speziali, angoli di piante dimenticate. C’è pure il posto per il tulipano del Po, fiore raro, rarissimo, fugace apparizione di pochi giorni l’anno. Quasi come il salame cotto sotto la cenere, specialità praticamente dimenticata, tenuta in vita dalla passione di Davide Nigrelli, che di mestiere non si occupa di salami ma è il presidente del comitato che gestisce il millenario dell’abbazia, fondata nel 1007 in una pianura padana che era bosco di farnie e faggi (tanti boschi che il santo venerato, San Simone è raffigurato sempre con una cerva) immersa tra tre fiumi: due, i più importanti, il Po e il Lirone, sono stati l’oggetto della bonifica monastica e del nome del monastero, Polirone, appunto. Da perdersi in un bagno di passato. Anche più recente: a fianco del monastero c’è la ciminiera, intatta, dell’antico bottonificio. Fa il paio con le foto anni Cinquanta del caseificio che abbiamo visto ieri. Oggetti e cibi avevano valori oggi scomparsi. Nemmeno più si sa dove si fanno oggi i bottoni. Un tempo a San Benedetto Po, con tanto di fabbrica e ciminiera.
Qui si può leggere l’altro blog che racconta questo viaggio: il blog di Stefano Rossini.

Sembra un gioco da ragazzi... E infatti avrei dovuto imparare a 12 anni a navigare, mica adesso, nell'età di mezzo, ormai signore con la pancetta. E invece sono qui che faccio e disfo la gassa d'amante e il nodo parlato e riepilogo mentalmente cosa so e cosa no. Poi arriva mio figlio Ludovico e mi dice: sai fare il nodo Savoia? E' importantissimo, non puoi non saperlo, prende la corda, pardon la cima, e con le sue manine di otto anni me lo spiattella davanti... Bella forza, penso, lui ha fatto il corso di vela mentre io fino a una settimana fa non avevo mai visto neppure un timone se non nelle avventure illustrate del Corsaro Nero. Adesso so persino attraccarre, spiaggiare, legare una cima... So usare un mezzomarinaio o meglio so cos'è.

Davanti alla carta nautica il Po sembra infinito. Con Stefano Rossini mettiamo in fila come soldatini luoghi da vedere, persone da conoscere, prodotti da assaggiare, trattorie dove mettere le gambe sotto la la tavola... A proposito, di posti da coltello e forchetta leggete un po' quest'anteprima frutto dei sopralluoghi in auto lungo le rive del Po: la sempreverde Trattoria Cattivelli ad Isola Serafini (Pc). Ne ho scritto qui su Chiamami Città.
Parte il 27 maggio, all'alba, da Ferrara, il nostro viaggio lungo il Po. La barca è una pilotina di 5,90 metri, con motore fuoribordo da 25 cavalli. L'equipaggio siamo io, Stefano Rossini e due biciclette. Domani, rifiniremo tutte le tappe. Comunque da Ferrara raggiungeremo il mare, costeggeremo l'Adriatico verso il ramo principale del Po e da qui risaliremo il fiume, con numerose tappe, fino a Cremona. Lo scopo è quello di scoprire cosa è rimasto della cultura fluviale padana, a tavola e non solo. Un viaggio etno-eno-gastronomico attraverso un fiume che appartiene un po' all'immaginario di tutti noi. Io ne trarrò un libro che uscirà per i tipi di Guido Tommasi Editore. Il mio compagno di avventura, il giovane giornalista e fotografo Stefano Rossini, userà il nostro viaggio per realizzare alcuni servizi per diversi giornali e riviste. Ma alla fine sarà, almeno per me, anche un viaggio nell'anima, attraverso il fiume più importante d'Italia, attraverso le parole di scrittori che in queste acque hanno intinto la penna: Riccardo Bacchelli, Mario Soldati, Cesare Zavattini, Giovannino Guareschi, Gianni Brera, Luigi Veronelli, Mario Albertarelli... Così, citando a memoria i primi che mi vengono in mente.
Ve lo racconteremo, giorno per giorno, il nostro percorso, condivideremo con chi vorrà leggerci la vita da marinai d'acqua dolce e da golosi curiosi a caccia di sapori autentici e di umanità fluviale. Lo faremo quotidianamente attraverso il mio weblog, quello di Stefano Rossini, quello della rivista Alieutica e, infine, quello dell'associazione culturale Random di Pizzighettone che ci ha messo a disposizione la barca. Senza Random non saremmo mai riusciti a partire. Nelle foto in alto c'è la pilotina, anche lei si chiama Random, che dovrebbe portarci a destinazione (quello in maglietta bianca è l'armatore, l'artista Mauro Patrini), nell'altra ci siamo io e Stefano, durante la scuola di navigazione, perplessi ma in posa epica, consci dell'importanza dell'evento. Altre immagini si possono trovare sul blog di Stefano Rossini.
Chi vorrà passarci a trovare, on line attraverso i commenti, o, meglio ancora, fisicamente lungo il fiume, sarà sempre il benvenuto.
Non so praticamente nuotare, non ho mai navigato, timonato, condotto un natante di nessun genere, se non la canoa da ragazzo. Ecco allora che mi tocca andare a scuola. Oggi sono a Pizzighettone dove starò un paio di giorni per imparare a navigare, a guidare la pilotina dell'associazione culturale Random in vista del viaggio lungo il Po che intraprenderò tra pochi giorni assieme a Stefano Rossini. Maestro di navigazione un capitano d'eccezione: Michele Isman. Stasera serata dei soci fondatori del club dei Micheli (qualcuno ricorda? facemmo raduni quasi oceanici di Micheli e Michele sui colli piancentini grazie all'infaticabile organizzazione di Michele Milani...) e festa per il mio quaranticinquesimo compleanno. Gozzovigliamo a cervogia, come nei fumetti di Asterix, al Giardino della Birra, con la stupenda birra artigianale del Birrificio Lodigiano: ognuno porta qualcosa da mangiare e si sta in compagnia in riva al fiume. Chi volesse passare, più o meno per caso, è il benvenuto: arriva a Pizzighettone, provincia di Cremona, si ferma nei pressi del ponte sull'Adda, chiede dov'è la Conchiglia (sorta di ex balera all'aperto degli anni Sessanta) e ci viene a trovare. Da Lodi e dintorni si arriva anche in barca, scendendo lungo l'Adda e ormeggiando nel porticciolo di Pizzighettone. In treno poi, ci sono addirittura due stazioni, distanti qualche centinaio di metri una dall'altra: la vecchia Pizzighettone Ponte d'Adda, con la sala d'attesa cadente e le erbacce sugli scambi dove ferma la gran parte dei treni e la nuova Pizzighettone Gera dove di treni, invece, ne fermano pochi. Misteri padani.
Ieri a far chiacchiere con Corrado Assenza e a sognare coi dolci del Caffé Sicilia di Noto, capitale del barocco siciliano, provincia di Siracusa. Oggi a volare tra i profumi e i sapori dell'isola grazie alla magia ineguagliabile di Ciccio Sultano a Ragusa Ibla.
Lunedì prossimo, il 14, all'Osteria, quella con la O maiuscola, quella del Povero Diavolo di Torriana (dintorni di Rimini, torno nella Penisola), dove ci sarà una serata speciale, da osteria appunto, con pappa col pomodoro, mitici cappelletti in brodo, salumi, dolcetti e vini di Marina Cvetic e Gianni Masciarelli, con tanto di produttori a raccontarli. Mercoledì 16 io e questo blog festeggiamo i nostri compleanni: 45 candeline per me e 5 per Appunti di viaggio.
Nella foto scattata da Stefania Strumia (assistente tuttofare di Davide Dutto) si vede la cantina del ristorante Duomo di Ragusa e Ibla e, già un po' provati dal contenuto della cantina, a partire da destra: Davide Dutto per la prima volta senza macchina fotografica, Ciccio Sultano, Lorenzo Piccione di Pianogrillo ed io.

La mostra fotografica del Gambero Nero a Pizzighettone ci sta davvero bene, un po' nel Rivellino delle antiche mura, un po' nella Torre del Guado che è già stata prigione nel passato. C'è una suggestione particolare e anche il grande calore, la gran voglia di fare, degli amici dell'associazione Random: Mauro Patrini e Michele Milani (con Raffaella, Jacopo ed Elisa incorporati, of course), in testa. Se vi capita passate, è aperta fino al 13 maggio ed è la miglior location (credo si dica così) in cui è stata ospitata. Potete vedere altre immagini di Davide Dutto durante l'allestimento nel sito di Random.
Poi, se volete fermarvi a mangiare, andate sul fiume, sull'Adda, dove c'è la vecchia Trattoria del Guado, con buona cucina senza pretese: salumi padani, pasta fatta in casa (lasagnette di verdure da ricordare), storione, baccalà, coniglio, torta di pere e cioccolato. Vini spumeggianti di pianura o Dolcetto in caraffa. Venticinque euro, al massimo, con vista sul fiume.

Partecipo in ritardo (sempre in giro, sempre di corsa...), all'iniziativa il vino dei blogger proposta dall'amico Aristide, al secolo Giampiero Nadali. E parlo, questo è il tema, di vini rosati. Il rosato della mia adolescenza sulle rive del lago d'Orta, era il Nebbiolo, sì, avete letto bene, il vino fatto con l'uva del Barolo e del Barbaresco. Ma non sono forse vinoni direte voi? Certo, ma quando le vigne dovevano far tanto vino e ogni grappolo era una manna dal cielo, i Nebbiolo erano anche vinini, asprigni pure, ma dai profumi aristocratici e freschi, unici, di lamponi, soprattutto. Qualcosa di simile al Mimo, rosato dal colore profondo realizzato con uve Nebbiolo in purezza, dai Vigneti di Cantalupo, in quel di Ghemme, nel Novarese, lungo la sponda orientale del fiume Sesia, zona dove il Nebbiolo si chiama Spanna. Un bottiglia costa una decina di euro (al ristorante, bevuto l'ultima volta al Gufo Nero di Ghemme, trattoria con piatti di inossidabile ortodossia novarese) e apre la porta di un mondo arcaico.

Di Pizzighettone, in provincia di Cremona, cittadina in riva d'Adda, abbiamo parlato più volte. Un luogo sospeso nella pianura padana, dove la vita scorre quasi indifferente, come il fiume, in mezzo ad un'architettura militare e difensiva da lasciare senza fiato. Ed è proprio nel Rivellino delle antiche mura di Pizzighettone che l'associazione Random e l'amico Michele Milani hanno organizzato la mostra fotografica del Gambero Nero, il libro sulla cucina in carcere realizzato da me e dal fotografo Davide Dutto.

Venerdì 4 maggio, alle ore 18,30, proprio nel Rivellino, ci saremo entrambi, io e Davide, a presentare il volume e a raccontare la mostra. Per l'occasione sarà possibile anche assaggiare l'ottima birra artigianale offerta dal Birrificio Lodigiano. La mostra si potrà visitare fino al 13 maggio. Una parte dell'allestimento fotografico, con immagini più piccole, sarà esposto, sempre dal 4 al 13 maggio, nel Torrione del guado, nei pressi del ponte cittadino, dove sarà possibile anche acquistare i libri. La scelta del Torrione non è casuale: è stato un carcere, dove è stato tenuto prigioniero Francesco I di Valois dopo la sconfitta di Mirabello di Pavia, inflittagli dagli spagnoli.
Bello raccontare i libri mangiando. La cena di ieri sera all'Osteria Le Rose di San Giovanni in Galilea (paesino lillipuziano nei colli sopra Cesena) è andata talmente bene che giovedì 3 maggio si replica. Stesso libro, La trota ai tempi di Zorro, stesse chiacchiere, stesso locale, stesso menù lungo il percorso tra Liguria e Piemonte, stessa formula: 30 euro compresa una copia del libro.
Nel frattempo parto e vado a fare un giro a Santo Stefano Belbo, con i miei figli, sulle orme di Cesare Pavese. Primo maggio nelle Langhe.

A conoscere da vicino l'uva d'ora, il leggero Fortana che nasce a ridosso delle dune del Delta, mi ci ha portato Aristide, al secolo Giampiero Nadali che all'ultimo Vinitaly, tra mille vinoni mi ha proposto di andare alle radici, è il caso di dirlo, di questo vinello. Così, insieme, siamo andati a conoscere Mirco Mariotti produttore di Fortana tra le sabbie quasi costiere, in vigne folte di piante, ma in filari larghissimi, distanti, in mezzo ai quali, un tempo, si coltivava addirittura dell'altro. Alberi frondosi e il profumo del mare parlano di una viticoltura eroica, perché resistente a due passi dagli stabilimenti balneari. Il reportage della giornata potete trovarlo qui, su Aristide, con tanto di video.
Presentazione a tavola della Trota ai tempi di Zorro all'Osteria Le Rose di San Giovanni in Galilea sulle colline sopra Cesena, nel cuore della Romagna. Venerdì 27, alle ore 20,30, si mangiano salumi locali, risotto con gli asparagi selvatici e agnello in fricassea. Si beve Bonarda dell'Oltrepò Pavese seguendo, per chi ha letto il libro, il viaggio con la Giulia di nonno Amilcare, tra Laigueglia e il Novarese. Io, ovviamente, racconto del libro che è compreso nel prezzo della cena. Per partecipare o semplicemente saperne di più (compresa la strada, non semplice, per arrivare in questo piccolo e affascinante locale): 0541 939104.
Ispirato dal post di Matteo Tassinari ho ritirato fuori qualche vecchia canzone di Janis Joplin e mi sto sparando nelle orecchie a tutto volume Piece of my Hart dal vivo... Beh, ragazzi, le parole scivolano sulla tastiera mentre mi occupo di design del vino, di Vindesign. E penso che se avessi avuto una voce così potevo pure morire a 27 anni dopo aver inciso anche un solo disco. Meglio che essere Jack Kerouac e aver scritto On the road (ed essersene andati mica troppo più grandi). Brindo a tutti quelli che mi hanno fatto sognare con lo scorbutico e affascinante Grignolino della Cascina Tavijn di Scurzolengo in provincia di Asti, vino tutto al femminile. "E' come baciare il vento..." dicono le tre sorelle Verrua, quarta generazione di vignaiole. Sì, sottoscrivo, è come baciare il vento...
Dopo il fine settimana dedicato alla serietà ed al ricordo, per l'improvvisa scomparsa di Luigi Comencini, la Casa del cinema di Roma ha deciso di far gioire i sensi degli spettatori dedicando quattro giorni al cibo sul grande schermo. Apertasi ieri con il capolavoro di Marco Ferreri (La grande abbuffata), la rassegna proseguirà con diversi titoli ghiotti che si possono vedere qui
Visto che, a Roma, sembra essere esplosa l'estate con tre mesi di anticipo, assistere ad una gastro-visione in un luogo ove è anche possibile mangiare e bere sul serio sembra un idea decisamente allettante. Yumm!!! :)
Questo post che pubblico molto volentieri mi è stato inviato dall'appassionatissimo e bravo Massimo Frezza.
C'è un mondo del vino che cerca una strada di autenticità. L'abbiamo visto con le varie manifestazioni "alternative" che hanno girato intorno al Vinitaly: Critical Wine, Villa Favorita e Vini Veri, gruppo di vignaioli "capitanati" da Teobaldo Cappellano. Bene, al Povero Diavolo di Torriana, sulle colline intorno a Rimini, ristorante che sentiamo sempre più in piena forma, martedì 17 aprile ci sarà un incontro con vini e produttori d'eccezione legati a Vini Veri: i piemontesi Maria Teresa Mascarello (figlia dell'indimenticato Bartolo Mascarello, quello che preferiva le barricate alle barrique, come dargli torto?), Giuseppe Rinaldi (il mitico "citrico") e il toscano Fabrizio Niccolaini.
Una serata con un grande menu e vini e vignaioli ancor più interessanti. Sapori, profumi e chiacchiere colte.
Vigolzone in provincia di Piacenza sarà la prima cittadina italiana ad avere una via intitolata a Luigi Veronelli. La strada si affaccia su filari di vigna. L'inaugurazione è prevista per domenica 15 durante la manifestazione dal titolo L'Italia a denominazione comunale.
Le Denominazioni Comunali, le De.Co., sono uno dei progetti più ambiziosi tra i tanti immaginati da Luigi Veronelli. Con la morte di Veronelli i suoi "eredi", reali, presunti o sedicenti, in tutti i campi del vino e del cibo, si sono moltiplicati. Sicuramente Riccardo Lagorio, che conosco da antica data, è la persona che ha dato continuità autentica al lavoro iniziato con Veronelli. Oggi Lagorio ha curato una ricca guida alle denominazioni comunali, ai luoghi, ai prodotti dei territori comunali. La guida viene presentata in anteprima alla stampa (blogger compresi, siete tutti invitati) a Milano, giovedì 12 aprile, dalle 18,30 alle 21,00 all'Hotel Enterprise in corso Sempione, 91. Ci sarò anch'io a raccontare il lavoro di Lagorio e a introdurre la presentazione.
Delle De.co. e in generale delle denominazioni, si è parlato anche al Critical Wine di Montaretto, paesino ligure con meno di duecento anime: da non credere, il giorno di Pasqua, più di cinquanta persone ad ascoltare un dibattito serrato, durato più di due ore, con l'assessore regionale all'agricoltura della Liguria Giancarlo Cassini, Riccardo Lagorio, il presidente del Parco delle Cinque Terre Franco Bonanini e Adastro Bonarini, presidente della Comunità Montana Riviera Spezzina e un po' "padrone di casa" in un luogo, la Casa del Popolo di Montaretto, che sembra uscire dal film Novecento di Bertolucci. Fuori, duemila persone ad assaggiare vini, formaggi, salumi di una ventina di produttori con belle storie da raccontare. Di fronte il mare. Credo davvero che a Luigi Veronelli questo Critical Wine sarebbe piaciuto assai.
Nella foto: Veronelli al centro sociale Leoncavallo di Milano, nel dicembre del 2003, in occasione proprio di Critical Wine.
Sto scrivendo due libri intorno al più grande fiume italiano. Uno è un romanzo, l'altro una specie di viaggio enogastronomico. Bene, questo viaggio, già tracciato in tante scorribande via terra, ho deciso di farlo anche in barca, dal 25 maggio al 10 giugno di questo strano 2007. Sto mettendo insieme le cose che servono: informazioni, idee, persone da incontrare, compagni di avventura, un natante, meglio un house boat, magari uno sponsor tecnico (uno che mette a disposizione la barca sarebbe perfetto, mica di più). Ovviamente, ogni tappa del viaggio sarà on line. Dal Delta all'Emilia con un sguardo alla Lombardia. Allo sbarramento di Isola Serafini si torna indietro, forse anche prima. Chi ha voglia di darmi una mano, un consiglio, l'indirizzo di qualcosa o di qualcuno da scoprire, una pacca sulla spalla, un brindisi benaugurante può scrivermi: michele@michelemarziani.org

Critical Wine, negli intenti, agli esordi, voleva essere un gioco serio, non serioso. In alcuni casi è diventato persino serissimo, cupo, grigio, involuto. E quindi esposto alle critiche come quella di Tommaso Farina che sono circolate in rete in occasione del Critical Wine anti Vinitaly di Verona.
A me di Critical Wine piace lo spirito iniziale e la gente che credendoci ci si è trovata intorno. Soprattutto nelle espressioni di provincia, nelle interpretazioni più giocose, serie ma aperte, come quella organizzata dal gruppo Cuochiartistivisionari a Montaretto, in Liguria, a un passo dalle Cinque Terre. Qui dal 7 al 9 aprile, insomma a Pasqua, ci saranno vini, cibi buoni e dibattiti sui marchi e le denominazioni comunali (con anteprima della guida ai comuni De.co. realizzata da Riccardo Lagorio e di prossima uscita in libreria), sugli Ogm e il biologico (bufale comprese) in agricoltura. A coordinare e moderare i dibattiti ci sarò io. Il programma completo si legge qui. Chi volesse fare un salto a bere un bicchier di vino è, ovviamente, benvenuto.
Se c'è qualcuno di passaggio, giovedì sono al Vinitaly a Verona.
La griglia è l’asso nella manica di tante cucine italiane. Per ricordi e frequentazione viene subito in mente quella focosa e sanguigna della Romagna. Qui sulle tavole della ristorazione, ma anche di casa, troneggiano immense grigliate uscite da foconi infernali che danno dignità e sapore a ogni cosa. Ma soprattutto alle carni e ai pesci “poveri”: salsicce, castrato, braciole e succulente costine di maiale fanno da contraltare a triglie, sardoni, sogliole, rombetti, code di rospo e spiedini di sardoncini, seppioline e calamari.
La cottura sulle braci e sui carboni ardenti, almeno in Romagna, viene dall’entroterra, dalle campagne, ma è sul mare, anzi “in” mare che trova la sua massima espressione, nel “focone” dei marinai posto sulle barche da pesca. Dai pescatori nascono cotture tipiche come quella degli spiedini di pesce, in spiedi di legno, messi a cuocere verticalmente attorno alle braci. Oggi il salutismo e le norme igieniche stanno cacciando via i foconi e la carbonella dai ristoranti e, soprattutto, dalle case. Beh, salviamola finché si è in tempo questa povera griglia, mica si morirà davvero per un po’ di bruciaticcio. O magari si morirà, come inevitabilmente accade, ma almeno avremo le dita sporche di pesce arrosto.

Il 26 marzo, alle ore 21, a Bergamo, nella Sala della Porta Sant'Agostino, presenterò il Gambero Nero all'interno della manifestazione "Non solo carcere per assicurare la giustizia" che propone tra marzo e aprile una serie di occasioni di riflessione sul carcere attraverso immagini (la mostra fotografica "Foto da Galera" di Davide Ferrario, film e audiovisivi), opere d’arte, parole, suoni. Ad organizzarla è il Comitato Carcere e Territorio in collaborazione con il Comune e la Provincia di Bergamo, Lab80 e il sostegno di Coopera e Tecam. Sono previsti anche diversi incontri e appuntamenti nel carcere di Bergamo e alcuni incontri tra studenti delle scuole medie superiori ed operatori del carcere. Qui si può vedere il programma completo.
Per quanto mi siano capitate delle ottime cene, la migliore della mia vita spero di doverla ancora fare. Tom Hanks, l'attore, invece ha già trovato il suo momento di gloria gastronomica. Almeno a quanto racconta lo chef Gino Angelini che da qualche tempo esercita a Los Angeles. Un po' di gastrogossip in questa cena-intervista che si può leggere qui, su Chiamami Città.

L’erbazzone è torta di erbe dell’Emilia delle quali esistono numerose e ghiotte varianti. Quella che segue è un ricetta moderna, poco tradizionale, ma incredibilmente squisita. Viva la primavera!, viene da pensare al primo assaggio.
Sciogliete in una terrina con del latte tiepido, quindici grammi di lievito di birra. Poi unite sale, un pizzico di zucchero, due etti di farina e due uova sbattute. Quindi incorporate un etto scarso di burro e lavorate ben bene l’impasto. Fatene una palla e mettetela al caldo, coperta con un canovaccio, in un recipiente di metallo, vicino ad una fonte di calore. Lasciate lievitare per un’ora e mezza. Pulite intanto delle erbe miste di campo, meglio se con abbondanti rosolocci (sono le piante del papavero), tritatele e mettetele sotto sale per un paio d’ore. Cocete a parte abbondante cipolla in un goccio d’acqua poco salata e aromatizzata con qualche foglia di mentuccia. Strizzate ben bene le erbe e unitele alla cipolla, olio extravergine d’oliva, pepe, pochissima noce moscata, poco aglio tritato finissimo, un etto di uva passa fatta rinvenire in acqua tiepida e un etto e mezzo di formaggio pecorino. Tutto questo ben di dio va a riempire l’impasto con il quale avrete foderato una tortiera imburrata. Ricoprite con un disco di pasta, chiudete e infornate. Servite calda o tiepida. Ma anche fredda fa la sua figura. In ossequio alla regione di provenienza ci si beve sopra un bel Lambrusco. anche perché non è vero che tutti fanno schifo. Uno davvero interessante, ad esempio, è l'ottimo Lambrusco Reggiano di Donata Venturini ottenuto vinificando le uve delle diverse varietà di Lambrusco che crescono sulle colline di Reggio Emilia, in una azienda vinicola immersa in un’antica tenuta di caccia, oggi una vera e propria oasi naturalistica.
Forse bisogna essere non più giovanissimi per ricordare l’inossidabile Ernesto Calindri, seduto in un tavolino in mezzo al traffico a far pubblicità all’aperitivo a base di carciofo “contro il logorio della vita moderna”. I carciofi sono una grande medicina dell’anima e del palato, nelle loro golose e infinite varietà: il romanesco senza spine, quello dei ghiotti carciofi alla Giudia, la pregiata variante di Paestum coltivata nella valle del Sele, il saporito carciofo sardo spinoso e violetto (ottimo quello di Ittiri), quello spinoso ma verde e tenero della Riviera ligure da mangiare crudo in pinzimonio, il violetto di Chioggia, il violetto di Sicilia, il brindisino, il catanese, il capuanella, il carciofo del litorale livornese, quello toscano, quello di Vasto, di Castellammare, di Orte, di Pietralcina, di Procida, di San Miniato, di Tarquinia, di Empoli, il violetto precoce di Iesi, lo spinoso di Palermo, il golosissimo violetto di Albenga e tanti altri che magari non avremo modo di incontrare mai. Da perdersi in un mondo di sapori.

Enrico Scavino è uno dei grandi produttori di Barolo, un autentico signore del vino, un signore contadino, di quelli che è nato in vigna e ha imparato a produrre il “re dei vini” dal padre Paolo di cui l’azienda vinicola porta il nome. Parliamo di vini, di vigne e di territori attorno a un bicchiere di Barolo Rocche dell’Annunziata 2001, forse il più austero e sapido tra i “cru” dell’azienda. Seppur ancora giovane è un vino di colore rosso granato che dà spettacolo di sé al naso con note fruttate e speziate d'estrema eleganza. Ci si sente, per olfatto o suggestione, il mirtillo, la liquirizia, la menta addirittura. In bocca è imponente, caldo, avvolgente con una lunghissima persistenza nel finale.
Enrico Scavino, racconta la storia di vini senza compromessi: “il guadagno è arrivato perché siamo in una terra baciata dalla fortuna e cerchiamo di fare bene il vino”. Assaggio qualche giorno dopo lo stesso Rocche dell'Annunziata, ma l'annata 2000. Accompagna degli agnolotti al tartufo nero pregiato (grazie Marco per lo splendido tartufo!). Il 2000 è vino di equilibrata magrezza, che in bocca affascina per prontezza e al naso è ancor più mirtillo di montagna, quasi una passeggiata ad alta quota. Indimenticabile.
Nella foto di Davide Dutto sono con Enrico Scavino nella cantina che si trova a Castiglione Falletto, nelle Langhe piemontesi.

Quel che altrove si chiama zuppa di pesce, in Toscana cacciucco, a Marsiglia bouillabaisse, lungo le coste dell’alto e medio Adriatico si chiama brodetto. È piatto gustoso e triviale, che offre la possibilità di succhiarsi le dita, di far la “scarpetta” con il sugo, di inzaccherarsi la camicia... E poi che meraviglia il sapore forte, pepato, robusto, vigoroso di una preparazione che nasce sui pescherecci come piatto del giorno, misto di quello che finiva nelle reti (e magari non si vendeva neanche tanto bene al mercato...). C’è da sempre una disputa sul brodetto migliore: quello di Rimini? Quello di Fano? Quello di San Benedetto?
I brodetti dell’Adriatico sono tanti e “autentici” quanti sono i porti affacciati sul mare, quante le barche da pesca, quante le case dei pescatori: il brodetto è nato in mare e i confini acquatici sono molto diversi da quelli di terra. Ecco quindi che questa sugosa golosità ittica è patrimonio soprattutto dei pescatori che parlavano un’unica lingua - il portolotto, dialetto di origine chioggiotta - e vivevano in un unico mare.
Regola fondamentale è quella di costruire il brodetto a freddo in una pentola bassa e larga. Sul fondo si mette una manciata di vongole ancora chiuse e altrettante lumachine di mare (da lasciar spurgare per un giorno intero). Assieme ai molluschi si adagia una seppia che va frollata sbattendola ripetutamente contro il lavandino (così facevano i marinai contro la tolda). Sopra ai molluschi vanno i crostacei: uno o due scampi grossi, qualche granchio e un paio di canocchie. Aggiungete poi uno scorfano e un “boc in chev” (pesce lucerna o pesce prete). Sopra mettete i pesci “seri”, puliti ma con la testa e, se grossi, tagliati a pezzi di buone dimensioni: una mazzola, una coda di rospo, un pesce San Pietro, un soaso, un piccolo palombo e un’anguilla... Finita la composizione si versa una bottiglia di passata di pomodoro, un bicchiere e mezzo di vino rosso (rigorosamente Sangiovese), un bicchiere di olio extra vergine di oliva e acqua quanto basta perché il pesce rimanga al di sotto dei liquidi di un paio di centimetri abbondanti. Completano gli ingredienti sale, pepe (in abbondanza), un pizzico di cannella e un chiodo di garofano. Accendete il fuoco e portate a bollore a fiamma alta. Mantenete la temperatura per 5 minuti, quindi abbassate il fuoco al minimo e fate cuocere per altri 15-20 minuti. Il segreto di un buon brodetto è uno solo: il pesce freschissimo.
Le acciughe o alici non sono famose tanto come pescetti freschi, ma conservate sott’olio e soprattutto sotto sale. Erano la “moneta” di scambio degli acciugai della val Maira piemontese, nonché il “cavallo di troia” dei contrabbandieri di sale (sopra qualche acciuga, sotto tutto sale). Sapore forte, ingrediente di piatti mitici come la bagna cauda, le acciughe attraversano la storia e trasferiscono i saraceni sulle montagne piemontesi. Sono buone da mangiare e soprattutto da leggere nel bel romanzo Il salto dell’acciuga di Nico Orengo. L'ho ripreso in mano di recente: sento nella narrazione la potenza del sale. E del pesce.

Adesso si può dire: è una cucina in equilibrio sui sapori quella proposta da Nicola Cavallaro nel ristorante che porta il suo nome. Siamo in via Ludovico il Moro, a Milano, lungo un naviglio ormai fuori dalle viuzze della movida milanese. Seduti a tavola, serviti in modo forse un po' troppo ingessato, ci lasciamo trascinare da una sequenza di piccoli piatti che sanno giocare sospesi tra il mare e le campagne, in particolari quelle del Padovano, i Colli Euganei, da dove proviene il giovane chef. Nicola Cavallaro ha girato il mondo, cucinando in ristoranti di grido e non, panfili e yacht, luoghi dai gusti multipli e mescolati. Piaceri senza frontiere e radici terrigne autentiche si fondono in una cucina di semplici contaminazioni culturali, di toni sospesi. Magari non tutte le sere è magico, ma l’altra sera sì, al nostro tavolo, lo è stato. E noi a stupirci di piatti che partono dalla semplicità e volano in alto, in altissimo, come gli spaghetti Senatore Cappelli con aglio, olio Pianogrillo e selezione di peperoncini. La più affascinante interpretazione della pasta aglio, olio e peperoncino. Ad introdurci una serie di crudi di pesce che fanno volare la fantasia come gli scampi con melone d’inverno, pepe verde e mozzarella di bufala, i gamberi rossi con sorbetto all’arancia e insalatina di finocchi, la tartare di tonno con fragoline di bosco, basilico e aceto balsamico tradizionale, il carpaccio di dentice con pomodoro e ristretto di latte di mandorla... Altre volte restava un po’ di sale di troppo, ma non l’altra sera quando ci ha incantato la ricetta del baccalà di Angelo Rasi con polenta di Storo e zabaione di peperoni. I ravioli ripieni di zuppa di pesce con scampi, gamberi e terrina di broccoli sono veramente esplosivi in bocca, mentre è una carezza il rotolo di coniglio ripieno di pistacchio e foie gras con tortino di patate. La quaglia ripiena su letto di polenta bianca la si sogna, beati, di notte. E per godere di tante meraviglie neppure ci si svena: ci sono menù degustazione da 48 e 63 euro, più i vini, anche al calice (tre vini 7 euro). I vini proposti al calice guardano molto ai Colli Euganei e non sempre è uno sguardo felice: ci sono zone enologiche ben più vocate e interessanti, anche in Veneto, ma al cuore, lo sappiamo, non si comanda.
Nella foto Nicola Cavallaro fotografato da Davide Dutto

C’è da pensare sul vino (e forse da ripensare...) assaggiando il Ceppato 2005, rosso a base di uve Sangiovese in purezza prodotto in Toscana, a Vicopisano, in provincia di Pisa. Si tratta di un vino che nasce da un’azienda famosa per il suo grandissimo olio extravergine d’oliva: il frantoio di Vicopisano. Una realtà familiare nella quale oggi Nicola Bovoli ha lasciato le redini del comando (o almeno buona parte delle redini...) alla giovane Simona. Il vino, realizzato con metodi tradizionali e la supervisione del giovane enologo Nicola Provenzali è un toscano in controtendenza: non un “vinone”, ma un rosso contadino (con la C maiuscola) e schietto, fresco, serio, ma non serioso, di una godibilità senza pari. Niente, artifizi, niente orpelli, buoni profumi vinosi e di frutti rossi, grandissima beva, piacevolezza da tutto pasto, prezzo assolutamente interessante: 5 euro a bottiglia in cantina, per una delle interpretazioni del Sangiovese più golose e meno pretenziose incontrata negli ultimi tempi.
Pare che dietologi, nutrizionisti, dietisti e affini siano tutti d’accordo: cresce l’obesità infantile per colpa delle merendine. Quel concentrato di zuccheri e grassi che spunta come d’incanto da cartelle e zainetti all’ora della ricreazione scolastica sarebbe la causa di ragazzotti cicciottelli e di fanciulle precocemente cellulitiche che pare aumentino di anno in anno. Non siamo mica gli americani!, deve aver pensato qualcuno a Rimini, correndo subito a suggerire a politici e amministrazione la soluzione, quella con la “esse” maiuscola: non snack tutti ciccia e brufoli alla nostra gioventù, ma sacchetti di macedonia e frutta a pezzettoni. La frutta fa bene e non ingrassa. In più in Romagna se ne produce tanta e quindi si possono coinvolgere anche i contadini della zona e le loro associazioni di categoria. Stentavo a credere alle mie orecchie quando in un pubblico dibattito ho sentito l'assessore provinciale all’agricoltura Mauro Morri lanciare il progetto istituzionale di lotta alle merendine: un distributore automatico di frutta fresca, sbucciata, tagliata, porzionata, insacchettata in tutte le scuole di ogni ordine e grado. Frutta ai giovani! Attraverso il distributore automatico, come se una pera o un’arancia fossero una lattina di coca cola. Tutto in sacchetto, ingienicamente corretto, all’americana, in modo che i ragazzi, almeno i più piccini, possano farsi un’idea corretta dell’agricoltura: le mele nascono nel sacchetto della scuola. Forse sarebbe meglio fare un po’ di educazione alimentare, far conoscere ai più giovani la campagna, portare a scuola i contadini, ho azzardato timidamente, visto che ero, assieme a Mauro Morri, tra i relatori del dibattito. Lo facciamo, mi è stato detto, con le “fattorie aperte” (ovvero le aziende disposte a ospitare scolaresche e a farsi visitare dal pubblico un paio di domeniche ogni mese di maggio). Le scuole in fattoria una volta all’anno, le pere insacchettate e distribuite alla macchinetta tutti i giorni. Forse non ho capito bene, mi sono detto. E invece no, nelle scuole di Rimini sono comparsi distributori automatici di frutta e verdura, “lavata, lavorata, porzionata”, da mettere nelle scuole. Tra l'altro, mi dicono, a 2 euro e 50 a porzioni, il prezzo di due chili di frutta. Ma portate delle cassette di mele ai bidelli, perdindirindina. Mettente una cassa d’arance all’ingresso di ogni corridoio. Non è mica un’idea peregrina. Sarà capitato a qualcuno di fare un salto a Berlino alla Kaiser Wilhelm Gedächtniskirche, nei resti della chiesa protestante dedicata a Guglielmo I. Magari anche voi ci siete arrivati dopo una lunga camminata, un po’ stanchi, assetati, affamati e avrete senz’altro apprezzato quella profumata montagna di mele che vi accoglie all’ingresso. Potete mangiarne, rifocillarvi e, se vi va, lasciare un’offerta alla chiesa. La lotta alle merendine e alle cattive abitudini si fa con le cose semplici. Prima di tutto con i profumi delle cose buone, che nei sacchetti dentro alle macchinette distributrici non si sentono. Poi, se Cia e Coldiretti e chiunque altro ha a cuore l’agricoltura locale, portassero mele, pere e arance a cassette nelle scuole tutto sarebbe più semplice, autentico e, probabilmente, anche meno oneroso. Della campagna giungerebbero i prodotti, ma anche i profumi, i sapori e, perché no?, un po’ di poesia.

C' un percorso culturale tra teatro, musica e scrittura che si intitola Vagando di arte in arte e si snoda tra alcuni centri sociali occupati dell'Emilia Romagna: il Tpo di Bologna, il Lab.Aq16 di Reggio Emilia e il Paz di Rimini. Dal 17 gennaio al 7 marzo artisti, muscisti, teatranti, scrittori si alternano tra questi tre diversi spazi. Ci sono anch'io a parlare del Gambero Nero con un assaggio di ricette tratte dal libro: il 21 gennaio a Bologna, il 28 gennaio, domenica, a Rimini e il 4 febbraio a Reggio Emilia. I tre appuntamenti sono alle ore 21. Tutti i particolari, assieme al ricco calendario di occasioni teatrali, musicali, artistiche con i Motus, Massimo Zamboni, Lemeleagre, Fratelli Broche, I Mammamalucchi e Marco Mancassola si può vedere sul sito http://vagandodiarteinarte.blogspot.com

Sto inseguendo un miraggio gastronomico del quale vorrei ritrovare memoria: il caviale del Po, rinomato fino a metà del Novecento quanto i grandi caviali del Volga. La storia del caviale nostrano, fatto con le uova di storione finche si pescavano storioni nel Po, passa, seppure di lato, attraverso quella della comunità ebraica di Ferrara, quella del Giardino dei Finzi Contini, il capolavoro di Giorgio Bassani. Si dice che il caviale si producesse anche sul Po, a Berra, Stellata, Bondeno, ma quello famoso, quello che veniva spedito anche in America, usciva dalla rosticceria della Nuta, al secolo Benvenuta Ascoli, di origine ebraica con bottega nel cuore del ghetto di Ferrara, in via Mazzini. Di questa bottega oggi non resta neppure l’idea o uno sbiadito ricordo. In una piccola traversa di via Mazzini, in via Vittoria, la Nuta aveva adibito a ristorante una stanza della propria abitazione. Stiamo parlando degli anni Trenta, quando a Ferrara viveva una comunità ebraica forte di oltre 700 persone. Diventeranno 400 dopo le leggi razziali, le deportazioni, la Shoah. Bene, la comunità ebraica del tempo era solita frequentare il ristorante della Nuta per assaggiare salame e prosciutto d’oca, polpettone e buricche ferraresi (ravioloni di pasta frolla che possono essere sia dolci, sia salate). Insomma, un’istituzione.

Così, mentre giriamo per Ferrara alla ricerca di indizi inesistenti sul caviale troviamo, in via Vittoria, proprio quella della Nuta, l’Osteria del Ghetto, piccola, accogliente, con una calda sala da pranzo al piano di sopra, tovaglie a quadrettoni, nessun vino ferrarese: “non ci piacciono”, dice l’ostessa. Come darle torto, aggiungiamo noi, visto che tra le bottiglie del Bosco Eliceo ce n’é sostanzialmente una sola che merita di essere stappata. Si mangiano i golosi tortellacci di zucca al ragù di prosciutto, il pasticcio di maccheroni al tartufo (no, non è pasta al forno, ma un residuato gastronomico del Rinascimento: sfoglia dolce che racchiude maccheroni cotti e conditi con ingredienti vari, besciamella, noce moscata), l’ottimo filetto con formaggio brie, noci e pere, un’aromatica e affascinante salama da sugo con il purè, dolci davvero intriganti come il flan di ricotta, pere e cioccolato. Sbocconceliamo l’ottimo pane ferrarese (che altrove ottimo non è) vaghiamo con l’occhio indagatore sulle foto d’epoca. Chissà, pensiamo, magari qui era la Nuta... Magari, questi giovani gestori sono i pronipoti... Certo non fanno cucina kosher, ma oggi il mondo è così laico... Chiediamo notizie storiche sul locale e veniamo gelati da un “non sappiamo nulla”. Prima, nel senso di cinque o sei anni fa, forse c’era un ristorante pachistano. E prima ancora? Boh. E le foto d’epoca? “Sono dell’album di famiglia del titolare”. La comunità ebraica? Non c’entra nulla: il nome è dato dall’ubicazione, siamo nel Ghetto. Punto. Che tristezza questo luogo bello, accogliente, ma privo di memoria. Ci allontaniamo consolati dalla maestosità della salama da sugo. Il 27 gennaio, per chi non lo ricordasse, è la giornata della memoria della Shoah.

Ho avuto la fortuna di essere tra le persone che Giuseppe Trisciuzzi, eclettico gourmet (ma com’è riduttiva questa definizione) padovano, ha coinvolto negli assaggi di una sua idea, le creme Choco&Wine, ovvero delle golosità spalmabili, fatte mescolando cioccolato fondente all'80% Trinidad e Venezuela non concato e vini, ottimi vini. A produrre questa sciccheria è un giovane ed entusiasta maestro cioccolatiere: Franco Rizzato. Le ho assaggiate tutte le cioccolate di Trisciuzzi, al Brunello, al Chianti, al Refosco, al Merlot...
Trisciuzzi mi chiedeva suggerimenti per abbinarle, perché la sua idea è venderle, per accompagnare dolci e formaggi particolari. Io rispondevo sicuro: al cucchiaio, si abbinano, solo al cucchiaio. Vanno mangiate così, c’è poco da dire: il cioccolato avvolge mentre il vino abbraccia. Ho visto che hanno cominciato ad apparire nei negozi, mi fa piacere. Per me continuano ad abbinarsi solo al cucchiaio... L’idea è geniale. Curativa della malinconia.
A Rimini fino al 7 gennaio si snoda l'iniziativa La piazza del libro, la cultura in piazza. All'interno di questo affresco di parole prenatalizie, in piazza Cavour alla Sala degli Archi, domani sera, 23 dicembre, alle 18,30, ci dovrei essere io a parlare del pranzo di Natale in Romagna, in particolare nel territorio riminese. Il condizionale ("ci dovrei essere") è dettato da Trenitalia: io arrivo con un treno alle 17,51, ritardi prefestivi permettendo. Oltre alle chiacchiere c'è la possibilità di bere o degustare che dir si voglia un buon bicchiere di Sangiovese.

Ce l'abbiamo fatta, anche grazie agli amici, tanti, che hanno votato on line. Questo pomeriggio io e Davide Dutto abbiamo ritirato, con un po' di emozione, il premio 2006 Libri da Gustare assegnato al nostro libro Il Gambero Nero. Siamo arrivati primi. Che dire? Siamo contenti, grazie di cuore a chi ci ha sostenuto.
Nuovo sito, molto carino, finalmente presentabile, per il Povero Diavolo di Torriana, un ristorante a cui voglio particolarmente bene e nel quale, sob!, non mangio davvero da tanto tempo. Appena posso faccio un salto. L'indirizzo del sito è www.ristorantepoverodiavolo.com
Il vino Timorasso, da uve omonime e quasi sconosciute, nate e cresciute sui colli intorno a Tortona, è una grandiosa interpretazione di un vitigno autoctono con il quale Walter Massa e Claudio Mariotto sono riusciti a creare un bianco di rango superiore. Tanto superiore da meritarsi i tre bicchieri della guida del Gambero Rosso.
Il Timorasso di Walter Massa, assaggiato a casa sua in una domenica pomeriggio di chiacchiere in allegria è di un bel giallo paglierino pieno e luminoso. Al naso è suadente e aggressivo, dolce e affumicato come pochi bianchi italiani sanno essere. In bocca è caldo, sapido, minerale, buonissimo. Di Claudio Mariotto ho assaggiato in passato bottiglie ancor più entusiasmanti da accompagnare a salami di rango e a tartufi bianchi pregiati. Mercoledì 29 novembre, a Milano, alla beveria Mismas in viale Pasubio, 3 (metropolitana 2, fermata Garibaldi), la mia amica Antonia ha organizzato un incontro con i due produttori di Timorasso: si parla di vino, si beve, tanto, si spizzica da un ricco buffet con salami della zona, foraggio Montebore e altre prelibatezze. Costo 20 euro, un'inezia per incontrare uno dei più grandi bianchi d'Italia. Ci sono anch'io, non me la perdo proprio. I posti sono pochi e bisogna prenotare scrivendo a eventi@ledup.it.
Senza accorgermene mi trovo a fare il presenzialista, proprio come il prezzemolo. Mi hanno invitato a due diverse iniziative che, ho scoperto dopo, fanno parte della stessa ghiotta settimana chiamata Artigiangusto. Accade a Rimini ed è un progetto per valorizzare i sapori locali. Per una settimana intera, dal 18 al 26 novembre, in molti ristoranti di Rimini e dintorni ci sono menu dedicati ai sapori e soprattutto agli ottimi prodotti riminesi. Ne parlo qui, su Chiamami Città.
Domenica pomeriggio, il 19, alle 16,00, alla sala del Podestà, nella centralissima piazza Cavour, assieme allo scrittore Piero Meldini, presentiamo il nostro libro La cucina riminese tra terra e mare. Ci sarà l'editore Massimo Panozzo e il cuoco Roberto Giorgetti che cucinerà la polenta con le vongole. Il giorno dopo, lunedì 20, pensando che mi avessero invitato da un'altra parte, sono ancora lì, alla stessa Sala del Podestà, alle 15,30. Partecipo ad un convegno curato dalla Confesercenti dal titolo Il punto sulla ristorazione riminese: tra tradizione gastronomica e tendenze. Chi dice che a Rimini da qualche anno non mi si vede quasi più ha occasione di fare indigestione.

Cosa accomuna le piccole case editrici di qualità con i vignaioli contadini, quelli che il vino lo fanno bene, magari salvando vitigni autoctoni quasi dimenticati? La difficoltà di farsi conoscere, di farsi apprezzare, di arrivare al pubblico. Non perché le loro cose non valgano, ma perché spesso sono schiacciati dall’industria culturale, i primi, e dall’industria del vino i secondi. Il marketing e le logiche di distribuzione preferiscono prodotti di massa rispetto ai piccoli indipendenti che spesso, per contro, rappresentano l’eccellenza, sia in campo culturale, sia, soprattutto, tra le bottiglie di vino. Sulla scia del movimento “Terra e libertà/Criticalwine”, nato intorno al pensiero dall’indimenticato Luigi Veronelli, la più grande penna del mondo del vino, si svolge a Milano, al centro sociale Leoncavallo , dal 17 al 19 novembre Critical book & wine, il primo mercato degli editori e dei vignaioli indipendenti. Vini, letture, presentazioni, degustazioni, performance e libri e vini a prezzo “sorgente”, cioè quanto costano all’editore o all’azienda agricola. Nel mondo del vino sicuramente un appuntamento tra i meno ingessati con una cinquantina di aziende vinicole dalle produzioni assolutamente interessanti. Nella giornata di sabato ci sono anch'io, se passate di lì ci incontriamo e, visto luogo e argomento, beviamo un bicchiere insieme.
Nicola Bovoli, amico e produttore di olio sopraffino, scrive indignato riguardo al Salone del Gusto di Slow Food: "Sono socio di Slow Food da molti anni. Posso dire di aver sempre condiviso la filosofia di base ma non posso accettare che da un lato si perori la causa dei campesinos di Terra Madre e dall’altra si accettino soldi dall’industria alimentare più bieca nel fottere i piccoli ed onesti produttori e di conseguenza strafottersene del consumatore finale. Chi, come me produce un olio extravergine genuino con amore e con scarsi guadagni non può accettare che Slow Food prenda soldi dall’industria alimentare, che, con la GDO (Grande Distribuzione Organizzata), è la peggiore nemica dei piccoli ed onesti produttori. Quando sono entrato sul sito di Slowfood per organizzare al meglio la mia visita a Torino e ho trovato il banner pubblicitario di Olio Carli (non esattamente un olio artigianale n.d.b.)… mi sono cadute le braccia!"
Anche a me, spesso, girando per il Salone del Gusto nei giorni scorsi, sono balzate all'occhio le contraddizioni di una macchina per far funzionare la quale occorre molta pecunia di quella che se non olet almeno puzza un poco... Insomma, Slow Food si trova in mezzo alle contraddizioni della modernità e del mercato globale alle quali è difficile sottrarsi: ha creato un mondo "buono" che prima non c'era e di questo mondo difende anche la parte più debole attraverso Terra Madre. Sostiene la grande iniziativa del Mercatale di Montevarchi, ma è sostenuto dalla Coop che sarai anche tu, ma segue tutte le logiche della Grande Distribuzione Organizzata di cui in Italia è leader. Fa battaglie a favore della biodiversità, ma è sostenuto da chi, come il Parmigiano Reggiano, non permette ai suoi pochi produttori Ogm-free di scriverlo in etichetta. Allora, come nella favola, il re è nudo. Ma è anche un re molto bello, il migliore che il cibo italiano abbia mai avuto. E senza soldi Slow Food non farebbe le grandi cose che fa, a partire proprio dal Salone del Gusto. Come se ne esce? Forse turandosi il naso e pensando che la politica, anche quella del buon cibo, è l'arte del possibile. O dicendo, con un colpo di cinismo, che questa è la vita in occidente, tocca adeguarsi bellezza... Nel dubbio, per non saper né leggere né scrivere, io sto coi contadini. Mai con i re, né nudi, né belli.
Sugli ultimi numeri di Chiamami Città ho seguito soprattutto le vie dell'Appennino, tra la Marche e la Romagna in odor di Toscana. Ecco allora il ristorante Il Furlo di Acqualagna (profumatissimo il tartufo, fetido il sottotono di marketing nostalgico di quando c'era lui) e le semplicissime delizie della trattoria di Strada Casale, sopra Brisghella, lungo la strada che conduce a Marradi, la patria di Dino Campana, il poeta. Qui racconto invece di due luoghi dai sapori che parlano al cuore: l'Osteria dei Frati di Roncofreddo e la Locanda del Gambero Rosso di San Piero in Bagno. Insomma, c'è da abbuffarsi con gioia.
Domani, lunedì, alle 19,00 sono a Colonia, all'Istituto italiano di cultura a presentare il Gambero Nero, il libro sulla cucina in carcere che ho realizzato l'anno scorso con il fotografo Davide Dutto. Se qualcuno fosse in giro per la Germania...
Mi piacciono i vezzi, anche quelli un po' snob, ma i divieti, quelli proprio no. La pasta Setaro, soprattutto in certi formati come i paccheri, per me è la più buona pasta secca del mondo. Sapevo, perché l'avevo orecchiato quando lavoravo con Esperya, che il pastificio Setaro non amasse il commercio elettronico. Pensavo fosse il vezzo di un'azienda di pastai scarsamente informatizzati. Ci ho sempre riso sopra, immaginando una bottega di signori anzianotti armati di penna e calamaio per fare i conti che pensavano a Internet come al flagello dell'era moderna. Insomma, dei simpatici vecchietti. Oggi scopro il sito Internet e mi dico: come? Il sito sì, la pasta no? Poi leggo questa frase lapidaria: "su questo sito non viene effettuata nessuna vendita telematica per espressa volontà dell'azienda, pertanto è vietata