Mirto Campi è per me un amico importante, incontrato per caso e riconosciuto subito, d'istinto. Fa il guardiano dei boschi e dei fiumi in provincia di Modena e da sempre scrive, bene. Dai tipi della piccola tipografia Baldini di Pavullo nel Frignano è appena uscito un suo libretto: Stagioni di Vita.
Del suo scrivere, del suo raccontare, sono da sempre un sostenitore, perché Mirto parla con la stessa poesia che c'è nel suo nome, un nome e un cognome così profondi da sembrare inventati. Come le sue storie potrebbero sembrare favole. E invece sono vita dell'Appennino, della montagna dimenticata, di un tempo ricordato per la sua coralità, per la sua bellezza, ma anche per le miserie, per la fatica. La fame era fame sui monti. E Mirto la racconta perché nell'infanzia ne ha sentito l'odore. Si snodano sull'Abetone, sul monte Cimone, a Fiumalbo, tra i monti di Modena e Pistoia, le visioni, i ricordi, i profumi e i sapori di un libretto che incanta, in semplicità, pure in ingenuità se si vuole. Il volumetto Stagioni di Vita è scritto sulle cime, in solitudine autentica e ha della montagna bellezza e cupezza, malinconia e rusticità. Ed è un libro bruttarello da vedere, stampato da stamperia di provincia, impaginato come si è capaci nei paeselli. Questo un po' dispiace perché Mirto, per me, è scrittore vero che meriterebbe libri veri, venduti in tutte le librerie.
Stagioni di Vita dove si compra? Costa 13 euro e si chiede direttamente a Mirto Campi. Scrivetegli per averlo e già che gli scrivete chiedetegli delle sue montagne. Questo è l'indirizzo: mirtocampi@alice.it
Questo blog è stato appena definito "zavattiniano" (aggettivo derivato dal grande Cesare Zavattini). Onoratissimo ringrazio Stefano Fabbri, accanito lettore dei miei appunti di viaggio.
Nel ringraziare confesso: Zavattini, da sempre, fa parte dei miei piccoli miti.
Oltre alle ragioni degli alberi e a quelle degli architetti, ci sono quelle dei cittadini. Io, come in tante cose, non so chi ha ragione e chi torto o chi ha semplicemente un po' dell'una e un po' dell'altra. So però che quando le situazioni diventano esplosive è perché le amministrazioni utilizzano il potere conferitogli dai cittadini senza condividere le scelte. Detto in parole povere: alle persone nessuno si prende la briga di spiegare nulla. E, d'istinto, perché l'istinto conta eccome nella vita, credo più a un Michele Sacerdoti qualunque che a Roberto Formigoni e alla sua band. Magari sbaglio, ma mi è mancato il terreno per non cadere in errore. Su questo la politica, oggi, dovrebbe interrogarsi.
Sulla questione degli alberi del Bosco di Gioia ricevo questa mail di un mio caro amico architetto che partecipa al progetto del nuovo palazzo della regione Lombardia. La pubblico perché a me fa pensare: "Mic, mi dispiace rivelarti che attorno alla presunta strage degli alberi di via Goia c'è in atto una delle più tipiche campagne di malainformazione mai viste.
Ne so qualcosa visto che ho lavorato al progetto che sostituirà lo sfigato ex-vivaio che in tanti, da Tanica a Sacerdoti (occhio, i cognomi sono importanti), difendono a spada tratta, ventilando posizione progressiste. Eh no. Così non va proprio bene. L’area complessiva di intervento, cosiddetta Garibaldi-Repubblica, ha succhiato risorse pubbliche per 30 anni (M2,Passante Ferroviario, M5, etc) per configurarsi come centro direzionale di Milano. Una infrastrutturazione che ad ora serve delle aree vuote che aspettano dei progetti da 30 anni, che ripaghino anche I cittadini degli sforzi fatti. Ci saranno le nuove sedi di Comune e Regione (lo sa Sacerdoti che la Regione Lombardia spende ogni anno 10 milioni di euro in affitti sparsi in città? Soldi nostri, ovviamente).
In particolare il progetto della Sede della regione è ad impatto ambientale vicino allo zero, visto che ha rinunciato ad usare il teleriscaldamento e le caldaie tradizionali per usare invece le pompe di calore con acqua di falda, che verrà poi immessa, a fine ciclo, nella Martesana (ridonandogli un po’ di vita). Prevede la piantumazione di più di 200 alberi su suolo pubblico, per I cittadini.
Ripeto, suolo pubblico e non privato come quello dello sfigato ex-vivaio di via Gioia. Che e’ tutto meno che un bosco e che non è accessibile a nessun cittadino. Visto che e’ ed è sempre stato privato e circondato da un muro alto 4 metri.
Gli alberi difesi da Tanica e Sacerdoti (sempre ‘sti cognomi) inoltre non hanno mai sviluppato un serio apparato radicale, perché erano appunto piante da vivaio. Gli esperti di ambiente dovrebbero saperlo.
Mi sembra tutto ciò un buon esempio che descrive lo stato di una sinistra perdente. Ma perdente nell’anima. Pierpaolo Pasolini si lamentava di uno sviluppo senza progresso per l’Italia del boom. Questa sinistra non è né per lo sviluppo né per il progresso. E’ diventata conservatrice e passatista, residuale e triste. In una parola, sfigata".
Chi domani, 7 gennaio, si trova a Milano e dintorni partecipi, alle 15, in Porta Venezia, alla manifestazione indetta da Michele Sacerdoti per protestare, dire che non si è d'accordo, che si pensano cose assai diverse, che dalla vita si vuole altro rispetto alla strage degli alberi del Bosco di Gioia. Un esempio in più di una città, forse di un mondo, in via di costante peggioramento.
Magari non ci hanno fatto caso in molti, ma oggi, anzi, vista l'ora, dovrei scrivere ieri, la scritta
Sergio prende sempre vicolo Corto e vicolo Stretto che tanto non li vuole mai nessuno. Ci mette sopra le case che sembra non valgano nulla e alla fine si fa un gruzzoletto che spesso lo fa vincere. È uno stratega del Monopoli, Sergio, lo dicono tutti.
Io lo guardo giocare sul pianerottolo, quello dentro, sopra alla scala che parte dal portone e conduce al piano dell’ascensore. Ascensore che in alto così non serve per i vecchi dice la signora Liuzzi che ha sempre da lamentarsi di tutto. Guardo perché ancora non capisco come funziona il gioco e come funzionano i bambini grandi che di fronte ai soldi colorati sono seri. È una cosa dove compri le case, le stazioni, le società del gas e poi diventi ricco o perdi tutto. Come nella vita, dice Sergio di cui il papà si dice sia “fallito”. Se avesse fatto giocare suo figlio nella vita gli avrebbe consigliato il vicolo corto o il vicolo stretto di San Giuliano e sarebbe finito meglio quel signore dal sorriso triste e la sigaretta penzolante che si porta dietro il cappotto con le maniche troppo corte e la puzza della sconfitta sotto ai capelli unti di brillantina. È un odore talmente forte quello del fallimento che lo sentiamo pure noi bambini. Pure io che porto rispetto per il papà di Sergio, come per tutti i papà. E poi Sergio è uno simpatico che si cura anche di me che sono più piccolo. C’è il desiderio di essere migliore, migliore di altri, migliore di tutti forse anche di suo padre in quegli occhi che ti guardano per volerti bene e invece ti prendono sempre un po’ in giro. Il re del Monopoli: l’ho perso da grande tra i grandi eppure l’ho visto di sfuggita con lo stesso occhio stanco da bastonato dalla sorte che aveva suo padre alla fine delle partite sul pianerottolo, quando passava e senza dire parole faceva segno a Sergio che è ora. Chissà se oggi Sergio ha figli a cui fare segni per dire andiamo. Chissà se un giorno si è stufato di vicolo Corto e ha puntato tutto nelle case per ricchi, quelle di viale della Vittoria, dove, lo sanno tutti, non passa quasi mai nessuno.
Sono appena passato da via Lecco a Milano, angolo viale Tunisia, dove hanno cacciato a pedate i rifugiati politici. Ho guardato le vetrine ora murate per impedire accessi e occupazioni. Ho pensato alle case. Mi è venuto in mente il Monopoli. E questo racconto, inedito, che fa parte di 6x6.
"Muggine-sgombero di via Lecco-via Lecco-muggine-muggine-via Lecco-muggine-via Lecco-via Lecco-muggine al sale.
Mi vengono su mescolati come quando si mangia troppo... Non mi piace questa mescolanza natalizia. Non mi piace questa mescolanza.
Non mi piace questa. Non mi piace".
Mi sono ritrovato nella posta, stamattina, questa mail scritta da una persona gentile che non conosco. Il riferimento è al fatto che ho scritto, di seguito, dello sgombero di via Lecco e di muggini al sale. Non ho capito, sinceramente, se a stonare siano i muggini o la cacciata dei rifugiati dal palazzo occupato. Non è la prima volta che vengo sollecitato su questo argomento: la contraddizione, che spesso fa a pugni se non è da sola pugno nello stomaco, di chi legge e di chi scrive.
In molti vengono qui, su Appunti di Viaggio, da tempo. Altri passano per caso, saltuariamente. Allora mi fermo a raccontare: il mio blog è nato da una somma di weblog quasi "seri" ognuno dei quali si occupava di precise tematiche: cibo, società, lavoro, pesca, letteratura... Poi mi sono stancato perché io credo che la vita sia una e in quella ci stia tutto e ho portato tutto in solo blog. Cosa stride? Chi va in via Lecco e sostiene gli occupanti non può mangiare bene? Se mangia bene non può andare in via Lecco? O stride il fatto che vi siano delle ingiustizie di fianco al panettone? Cosa si dovrebbe far finta di non vedere: il muggine o lo sgombero? Il mio, l'ho scritto, lo ripeto, ci tengo, è un blog meticcio. E questo meticciato è per me un vanto. A volte fa male, non piace. Proprio come la vita.
Mattoni e calcina. E muratori intenti ad eseguire. Mi sono stropicciato gli occhi due volte. Poi il pizzicotto canonico: sto sognando, ditemi che sogno quella cazzuola che compie la più inutile delle danze... Chiude porte, ingressi, portoni. Tutto murato in via Lecco a Milano. Davanti allo stabile i resti di neppure due mesi di occupazione. Il desiderio di esistere, portato lontano con gli autobus, dove la gente non vede e il cuore non duole. Qui c'erano oltre duecento rifugiati politici. Poco importa che un paese si dica democratico e dia asilo a chi fugge da paesi dove a pensare si rischia la pelle, se poi, una volta concesso il rifugio, nel senso del foglio, chissenefrega, via nel ventre molle dell'immigrazione, a cercare come arrangiarsi, dove trovar casa. E poco importa che lo stabile di via Lecco sia chiuso da anni, da lustri, forse decenni. Da oggi è chiuso per sempre. Mi chiedo chi sia quel coglione che di una casa ne fa un muro pur di non farla abitare. Mi dico che viviamo in uno strano paese. Dove la democrazia è una parola che fa spesso rima con iodosan. Guardo quel muro costruito alla porta e mi chiedo perché siamo stati tanto felici, ai tempi, della caduta di quello di Berlino. In che cosa sono diversi questi mattoni tirati su in fretta? Mi stringo il bavero, calco il cappello e passeggio tra il nevischio. A volte mi viene da sputare per terra. E da piangere.
Che buffonata la seduta straordinaria del Parlamento durante le vacanze per discutere dell'amnistia. L'avevano richiesta 207 deputati, ma non c'erano nemmeno loro: i presenti erano 136. Gli altri? Li immaginiamo bloccati dal cenone, dalla neve, dai parenti... Santa miseria, mi tocca lavorare anche a Natale, avrà pensato qualcuno. Alla faccia delle carceri sempre più piene di gente e sempre più vuote di speranza.
A Natale sono tutti più buoni. Così si diceva una volta, ma erano altri tempi. Oggi a Natale sono tutti meno attenti a quello che accade. Così vicino a casa mia, a Milano, polizia e carabinieri in assetto da guerra sgombrano il palazzo occupato di via Lecco dove avevano trovato riparo 267 persone che vivono in Italia con lo status di rifugiato politico, ma senza un tetto sulla testa. Li stanno trasportando alla Protezione Civile, poi se li dimenticheranno tutti. Al freddo, in qualche dormitorio, abbandonati come carta stracce, con mogli e figli. In attesa perenne di una vita decente. Intanto la casa di via Lecco rimarrà un grosso stabile inutilizzato come è da anni ed anni. Il tutto nel silenzio se non nel brontolio di molti milanesi.
Parlare di centri sociali a Rimini, nella metropoli balneare, nella capitale del turismo europeo, alla vigilia di Natale, può sembrare una stravaganza. Ma ieri c'è stato un brutto episodio, con una collutazione tra giovani e vigili urbani.
La storia è lunga, il linguaggio non è dei più accessibili, ma la sostanza è quella che si legge qui, in questo appello.
Aggiungo: a Rimini si sta costruendo di tutto, soffocando la città nel cemento e negli affari dei costruttori, proprio come nelle città siciliane degli anni Sessanta. Quello che accade - centri commerciali, stadi, complessi residenziali moltiplicati all'infinito - mi ricorda tanto Catania il cui motore economico è stato a lungo il mattone. Poi, ohibò, dietro al mattone è spuntata la mafia. A Rimini non ci sarà la mafia, ma quanto al mattone non si è secondi a nessuno.
Mattoni anche per l'aggregazione giovanile: viene occupato qualche anno fa un ex-ostello in disuso per farne luogo di cultura e aggregazione spontanea, magari un po' sconclusionata, ma bella. La giunta comunale tratta l'uscita degli occupanti, in cambio viene proposto un nuovo spazio, in soldoni un centro sociale, oggi in costruzione, realizzato coi soldi pubblici. Adesso è quasi pronto, ma non andrà ai destinatari, a quelli per i quali è stato costruito. No, ci sarà un bando per la gestione. Parteciperanno i soliti soggetti che a Rimini si spartiscono i ritagli della cultura, le frattaglie dell'associazionismo giovanile. Non è per questo che è nato il centro sociale. Tanto più che di luoghi pubblici malgestiti, o comunque gestiti così, tramite gara quasi d'appalto, ce ne sono già. Casa Pomposa, giusto per fare un nome.
Per questo, perché il centro sociale costruito aggiungendo mattoni ai mattoni, finisca almeno in mano ai destinatari, ho firmato questo appello.
Poi, come dice qualcuno, magari i destinatari, perché sono chiassosi, stravaganti, giovani e casinari, non sono capaci di gestire il centro sociale. Beh, si vedrà, se ne parlerà allora. Mica prima, se l'autogestione non si prova come si fa a dire che non funziona?
Mai visti tanti auguri di Natale, buon duemilaesei e affini come quest'anno. Piovono a cascata: a decine e decine che alla fine fanno un paio di centinaia nella posta elettronica, a grappoli pure via sms, meno, ma qualcuno ancora c'è, nelle buste di carta col francobollo che giungono qua e là ai miei vari indirizzi... Auguri asciutti oppure prolissi, con musica, cartolina, fotografia, messaggi personali o diffusi, da amici o entità astratte, cose del tipo la panetteria tal del tali vi augura buone feste... Auguroni pure dagli sconosciuti, da gente mai sentita nominare... Sono sincero, a un certo punto ho pensato: che palle gli auguri nell'era della comunicazione, basta un indirizzo mail, o un ditino veloce sulla tastiera del telefonino e si mandano messaggi beneauguranti al mondo intero... Così ero pronto a bacchettare gli abusi della comunicazione, a lamentarmi, a dire basta, non se ne può davvero più... Se avessi scritto ieri queste righe avreste trovate qualche appunto di questo tenore. Invece no, ci ho pensato, perché questa massa, direi questa marea di messaggi mi ha colpito, mi ha fatto riflettere. Credo vogliano dire che desideriamo un mondo un tantino migliore, più umano, meno distante. Che vogliano dire sì, ci sono anch'io, ricordati di me, ricordati che ti penso, che ti voglio bene magari o semplicemente che esisto... Non dimentichiamoci, non perdiamoci. Insomma, un modo per sentirsi vicini, quindi meno soli, in occasione delle feste tradizionalmente più propizie alla malinconia, al male di vivere pure (ricordate Guccini? Come in un libro scritto male lui si era ucciso per Natale...).
Ecco, facendoci gli auguri proviamo ad essere più vivi. Alloro i miei non li mando né per posta, né per telefono, gli appoggio qui, per chi capita. Auguri e basta, di quel che si desidera, come si preferisce. Con affetto, quello per i nostri simili.
Ho firmato il manifesto di Davide Corritore per dotare Milano di una rete pubblica che consenta a tutti l'accesso di base Internet. Davide Corritore è uno dei candidati alle primarie del centrosinistra per correre (già, Corritore si chiama...) da sindaco. Facilmente, alla fine, non sarà il candidato del centrosinistra, ma il suo progetto è interessante e secondo me va sostenuto. Anzi, andrebbe esportato in altre città. Qui il manifesto che credo possa e debba firmare anche uno che non vive a Milano.
A parti invertite, credo che Sofri ministro la grazia per Castelli l'avrebbe già chiesta da tempo. Magari con riluttanza. D'altra parte l'ovvietà vorrebbe che l'intelligenza, la lungimiranza e l'umanità prescindessero dall'antipatia e dal calcolo politico. Ma noi siamo uno dei pochi paesi dell'occidente democratico che non sa fare i conti col passato, con nessun passato e non sa immaginare mai un futuro. Per questo non comprende il presente e non sa riconoscere i pochi intellettuali che ancora abbiamo in giro. A volte pure in galera.
Il treno, assieme alla nave, è l'unico mezzo di trasporto in cui si può lavorare, leggere, scrivere, conoscere persone, innamorarsi persino... L'Italia è un paese famoso per la lentezza con cui vanno i suoi treni, noto per i ritardi, conosciuto ovunque per i suoi disservizi e per aver smantellato un patrimonio inestimabile di linee ferroviarie... I treni mettono in contatto uomini, donne, città, sogni, idee. Sono nati per viaggiare, non per malmenare chi non è d'accordo, distruggere i territori, fregarsene di cosa pensano le persone che magari il treno lo amano lo stesso, anche se va con calma. Non so se l'alta velocità sia utile, se arrivare a Lione sia importante (a leggere qui non sembrerebbe...). Adesso non lo è più. E', anche, una questione di metodi. Questo blog, da ieri notte, da quando il governo, la polizia, hanno deciso di mostrare i muscoli, mette da parte ogni dubbio (confesso, il buon Ciampi me ne aveva messo qualcuno, seppur piccolo...) e sostiene il comitato contro l'alta velocità Torino-Lione, ma anche Torino-Milano, (chissenefregherà mai di risparmiare mezz'ora che con i ritardi endemici si trasformerà in una manciata di minuti...) e pure Milano-Roma. Basterebbe farli funzionare bene i treni, così come sono. Per farlo, tra l'altro, non serve manganellare nessuno.
Mi ero lamentato qui, sul blog, del servizio clienti di CartaSì, del fatto che non rispondesse a una mia richiesta via web. Non ho telefonato, non ho fatto altro, non ho avuto tempo. Ho scritto sul weblog e me ne sono dimenticanto.
Beh, mi hanno appena telefonato da CartaSì dicendo che hanno letto qui, su Appunti di Viaggio, sul blog, la mia lamentela e si sono subito attivati per risolvere il problema. Quanto alla non risposta alla mia e-mail? Non l'hanno mai ricevuta, dicono. Risposta "politicamente corretta" per trovare una via d'uscita, passiamogliela. E brindiamo alla potenza comunicativa dei blog. Meglio dei messaggi in bottiglia.

Lo confesso, io bazzico le province, le periferie, le colline, le ringhiere e non mi è mai stato molto chiaro che cosa sia un "vernissage". Però il 2 dicembre a Torino, alla Piazza dei Mestieri ce n'è uno per presentare la mostra fotografica Movimenti parallelli del bravo Davide Dutto. La mostra è organizzata dalla rivista multimediale Iride.
Davide Dutto è stato a lungo il mio quasi cugino (abbiamo una zia in comune, ma non siamo davvero parenti). Con lui facevamo a gara, da ragazzini, a chi prendeva più trote. Poi ci siamo dispersi nel mondo, io a scrivere, lui a far foto. Ci siamo incontrati da adulti e abbiamo condiviso l'avventura del Gambero Nero e altri progetti ancora da realizzare. Tutti immaginati nella nostra sala riunioni: un immenso cedro del libano su una collina delle Langhe, nelle tenute dei Cordero di Montezemolo. Noi andiamo, nessuno ci dice nulla, ci sediamo sui rami del grande albero e progettiamo i lavori comuni. Irideweb, mi ha chiesto di parlare di lui e della sua fotografia e io non mi sono tirato indietro. Quello che ho scritto si può leggere qui.

come tante cose non serve a nulla, ma è un segno, un'idea, una pennellata... L'ho chiesto a Michele Isman che nella vita è anche un bravo grafico di disegnarmi qualcosa che dicesse da che parte vogliamo stare: con le periferie, quelle delle città, quelle del mondo, quelle della società, quelle di Internet... Con le periferie, dove la vita è più lontana, distante, faticosa, dura. Ci piacerebbe che altri mettessero sui loro siti la scritta: "Io sto con le periferie". Prendetela, copiatela, mettetela sul vostro blog o dove preferite. Chi vuole il codice html da incollare me lo chieda qui.
Ecco il reportage messo in onda da Rainews24. Ogni commento, ogni distinguo, ogni parola è di troppo.
Sono finito a parlare d'altro in questi giorni, ma vorrei che i riflettori rimanessero puntati sulle periferie: quelle di Parigi, quelle delle grandi città, quelle della società, quelle del mondo, quelle della rete, quelle dell'anima. Da leggere, se non l'avete fatto, commento di Matteo Tassinari al mio post. Fa riflettere, lo sottoscrivo. Cercatelo qui.
Ho amato l'e-commerce, mi ci sono infilato anima e corpo ai tempi di Esperya , quando raccontavo i buoni prodotti e le terre dove nascevano in quella che è stata, secondo, me la comunità virtuale gpiù golosa della rete. Poi mi sono dedicato ad altro, tornando ad apprezzare il respiro di scrivere altrove.
Credo da sempre nelle grandi potenzialità della rete dove ho trovato opportunità, conoscenze, amicizie, relazioni, lavori, possibilità di condividere idee, sogni, cose da fare. Il meglio - e anche il peggio - degli ultimi anni della mia vita è passato da Internet. Oggi che vorrei vivere con meno cose ho già rinunciato felicemente alla televisione, mi piacerebbe sbarazzarmi pure del telefono, ma mai vorrei rinunciare alla rete che per me è vitale. Come la bicicletta. Come le idee.
La cosa che funziona meno sono le aziende on line, chi usa Internet per questioni commerciali, di affari, di business, di vendita, ma anche di servizio ai cittadini... Quanta porcheria, quanta roba inutile si trova in giro. Di tutto, tranne quello che serve. Ci vorrebbe un movimento di informatici, di naviganti, di professionisti che mettessero le mani in quel che resta della rete dopo l'esplosione della new economy. Forse si scoprirebbe che con quattro - buone - idee, si fa meglio e di più che con megasiti zeppi di animazioni, pop-up e vuoti di tutto il resto. A partire dalle relazioni umane.
La rete non dovrebbe servire a far perdere tempo. Anzi. Sto cercando un'auto a noleggio perché non la vorrei comprare, né possedere. Noleggio a lungo termine. Provate a fare una ricerca on line. Vi viene fuori di tutto fuorché trasparenza, chiarezza, offerte e prezzi. Non si capisce niente. E tutti, per dirti quanto vogliono, ti chiedono di compilare elenchi di dati con indirizzi e telefoni ai quali non smetteranno più di rompere le scatole per gli anni a venire. Perché un potenziale cliente dev'essere vessato in questo modo? Faccio la prova contraria: metto un annuncio. Qui. Non sono un'azienda, non ho la partita iva, cerco un'auto a noleggio per almeno un anno, la cerco piccola che consumi poco e senza tanti fronzoli. Chi fosse interessato ad offrirmela scriva qui. Se mi arrivano offerte ve lo faccio sapere.
Sono stato vittima di una piccola truffa on line: ho acquistato da una ditta che non esisteva più, che quando ha incassato i miei soldi tramite carta di credito aveva già chiuso. Però la transazione è stata autorizzata lo stesso. Che fare? Lo chiedo a Banca Sella - che ha gestito la transazione on line - dove sono solerti, gentili, chiari e veloci a rispondere via mail. Deve chiedere a chi ha emesso la carta se è previsto un rimborso, mi dicono. Benissimo. Sulla carta c'è scritto che è di proprietà dei Servizi Interbancari, quindi di CartaSì. Vado sul sito CartaSì, cerco un indirizzo e mail dedicato, ma non c'è. I clienti dialogano attraverso dei form da compilare. Oppure telefonano. Siccome io faccio queste cose ad ora in cui telefonare è quanto meno disdicevole, compilo ed espongo il problema. Da quasi una settimana aspetto una risposta, anche piccola, del tipo, "abbiamo letto, le faremo sapere" o anche "si arrangi". Invece nulla. Alla faccia di tutta 'sta pugnetta dell'home banking, delle transazioni sicure, dell'e-commerce che decolla. Gestito da chi? Da un circuito interbancario che neppure risponde ai clienti? Ma mi faccia il piacere...
Michele Isman ha pescato un gran bel luccio sul lago di Bracciano. Non perdetevi foto e racconto sul weblog nuovo di zecca di Alieutica. Lo trovate qui: http://www.alieutica.it/dblog
Certo le violenze a Parigi e le "illegalità" a Bologna non sono cose piacevoli, ma parliamoci chiaro: c'è un mondo di persone senza prospettive, messe ai margini, intrappolate alla periferia della vita che non può farsi sentire in modo politicamente corretto, riceverebbe solo muri impenetrabili di non risposte.
Non riesco a trovare una sola parola che si possa scrivere per commentare la scelta di Ds e Margherita di candidare a Milano il prefetto Bruno Ferrante. Non c'è che da sperare nelle primarie.
S'intitola Terzo, non discriminare, ed è ispirato all'articolo 3 della Costituzione il tema del concorso letterario indetto dalla Camera del lavoro di Padova in occasione dei 100 anni della Cgil. Lo segnalo in mezzo al ciarpame letterario che si trova in giro perché mi sembra una bella iniziativa. Con un unico neo: è possibile che ai tempi di Internet, quando basterebbe una e-mail, un poveretto per partecipare debba spedire un plico con 5 copie del proprio lavoro?
Il bando scade il 13 gennaio 2006.
A volte la realtà prende a schiaffi i pessimisti come me. E la democrazia si dà ragione attraverso la voglia di partecipare. Le primarie dell'Unione sono state un lampo colorato che francamente non mi aspettavo. Bene, felice di essere stato travolto dai fatti, dalla tanta, tantissima gente che è andata a votare.
Quanto al risultato non sono contento di essere rappresentato da Romano Prodi, non per lui, non per la persona, ma per questo paese che anche a sinistra, anzi forse più a sinistra che a destra, continua a sentirsi democristiano. Ne prendo atto.
Forse sto diventando troppo semplice, troppo lineare. Una volta capivo di politica, ricordo bene, adesso in mezzo a troppi bizantinismi mi sfugge il senso, anche sottinteso. Perché il 16 ottobre dovrei partecipare alle primarie del centrosinistra e votare per qualcuno che le ha già vinte o le ha già perse per definizione, direi per statuto? Perché Prodi, Bertinotti o chiunque altro sarebbero più forti se si partecipa a questa comparsata? Perché non si vede in giro non dico un programma, ma uno straccio di idea di sinistra? Un pensiero, un'elaborazione teorica, un impegno seppur riciclato o di terza mano, un'idea di Paese, di Europa, se non di mondo. Se voto oggi un candidato alle primarie o domani uno alle elezioni non so proprio per fare che cosa, per costruire quale Italia, per immaginare quale futuro... Si naviga a vista, temo. E anche a occhio nudo non si vede nulla. Se non questo accapigliarsi su dove tagliare le spese (che significa rinunciare ai servizi, alla cultura, allo stato sociale...) e su come votare. Come se molti di quelli che oggi si scoprono proporzionali non ci avessero già rotto le scatole quand'erano maggioritari. E poi che importa, tanto nel maggioritario come nel proporzionale c'è sempre qualcuno che mostra i muscoletti e agita il sedere per far l'ago della bilancia, il ganzo di quartiere.
Questa storia dei fischi a Ruini sta diventando sempre più grande. Se il cardinale prendesse fischi per fiaschi potrebbe bere gratis, invece c'è rimasto male. Ma soprattutto tutti corrono a dire il peggio dei fischianti e a dichiararsi politicamente corretti: c'è posto per tutti in Italia anche per i cardinali. Ma non per la satira, la goliardia, il senso del ridicolo: un cardinale, un porporato, un uomo di chiesa che si vede riconoscere il premio Liberal dovrebbe fischiarsi da solo perché un cardinale "liberal" non si è visto proprio mai. Con la faccia e le idee di Ruini, poi, è proprio impensabile, anche per Adornato che pure - miracolo! - l'ha pensato. Dormo tranquillo con la gioia di sapere che in Italia ci sono ancora studenti che fischiano, anche alla faccia di Prodi e Fassino.
Che titolo forte, bello, carico di dignità, di tensione morale quello dell'ultimo libro di Fabio Galluccio: "Non potevi fare altrimenti" (nonluoghi libere edizioni, euro 10,50). Galluccio è l'autore de "I lager in Italia", la storia dei circa 200 campi di concentramento italiani, sorti in seguito alle leggi razziali del 1938 ed alla legge 439 del 1940. Nessuno se ne ricorda, nessuno li studia a scuola, in quasi nessuno c'è una lapide o una piccola targa alla memoria.
Questa sua ultima fatica racconta di Valentina Monti Ferrarini, una donna che - leggo nel retro di copertina - "ha lottato senza esitazioni, affrontando disagi e ristrettezze: l'esilio in Francia, la guerra di Spagna, l'aiuto ad antifascisti ed ebrei, la fuga in Svizzera, la partenza verso il Venezuela, l'amara consapevolezza che la Repubblica (non il giornale, lo stato repubblicano - ndb) ha negato un vero riconoscimento a molte vittime del fascismo". Appena acquistato alla Feltrinelli lo leggerò nei prossimi giorni. Ma quanto mi ha fatto pensare quel titolo. A tutte le volte che è necessario schierarsi, prendere posizione, dire che cosa si ritiene giusto - la pace, la giustizia sociale, la libertà, la solidarietà, la tolleranza, queste vecchie idee che vorrebbero farci credere un po' desuete - non per un vezzo e nemmeno perché faccia piacere ribadire sempre le stesse cose, ma per una sorta di obbligo dell'anima: non potevamo fare altrimenti.
Il Gambero Nero ha trovato un "agente" in Germania. Davide Brocchi, amico e compagno di ideali ed idee condivisi da antica data, attraverso la sua bella iniziativa Cultura21 (qui il sito in italiano), si occuperà di far conoscere il libro e la mostra in Germania e, in generale, in tutta l'Europa del nord. Come dire, onoratissimi, sia io, sia Davide Dutto.

Arte Sella, in Trentino, Valsugana, è strano luogo di arte e natura, così ben mescolate da apparire a volte indistinte quando si arriva, alla fine di una passeggiata lunga, in questo luogo dove, meraviglia delle meraviglie, si va solo a piedi. Come dev'essere in montagna. L'ho visto l'anno scorso con i concerti nella cattedrale vegetale e quell'aria di arte vissuta che si respira in rari posti come questi, un poco sospesi. Luoghi di arte così compenetrata da andare al di là dell'arte contemporanea.
Domani 30 giugno, all'interno di una vecchia stalla, alla Malga Costa di Arte Sella, alle ore 18, Isabella Bordoni inaugura Digital Migration, un luogo sul confine di un viaggio che è poesia, immagini, suoni, pensieri di volatili e uomini migranti. Un'installazione migratoria, o meglio, come dice l'artista e poeta riminese: "ambiente poetico e project room che utilizza tecnologie audio e video ed interpreta lo spazio come un luogo posto su una immaginaria ma possibile rotta migratoria.
Flusso di pensieri, spostamento reale e immaginario, traccia e ibridazione di spazi tra il reale e il digitale, Digital Migration abbatte il concetto di frontiera come limite territoriale e politico e guarda invece alla natura come originario 'progetto' extraterritoriale fatto di sconfinamenti, attraversamenti, migrazioni". Assolutamente da vedere, visitabile fino al 4 settembre, previa bella passeggiata tra i boschi.
Riapro al volo la saracinesca del mio blog e metto il naso fuori dal libro che sto scrivendo per scrivere che è cambiata la data di presentazione a Rimini del Gambero Nero, il libro sulla cucina in carcere scritto da me e illustrato con 100 splendide foto di Davide Dutto.
La presentazione ci sarà giovedì 21 luglio, alle ore 19,00, nella piazzetta delle Poveracce (dietro piazza Cavour) a Rimini. A organizzarla è stato l'amico e collega Franco Fattori, assieme al (bravo) libraio Mirco della Libreria Riminese, mentre Claudio, oste e anfitrione dell'Osteria della Piazzetta, offrirà un piccolo aperitivo. Spero davvero di incontrarci in tanti.
Via, chiudo di nuovo il blog. Fino al 21 rimango a Milano, dove, per consolarmi di tanto scrivere, ogni tanto mangio qualcosa di buono come l'ottimo sushi di Finger's, il migliore finora assaggiato in città, proposto in preparazioni tradizionali e anche più moderne e sfiziose (molto meno intrigante il sashimi, davvero triste e non all'altezza la carta dei vini).
Non mi stupisce il risultato che si sta profilando per il referendum. Non credo che la colpa sia del governo che non manda gli sms o della televisione che non fa informazione. Penso invece che rispecchi fedelmente il paese in cui viviamo: un po' conservatore, un po' qualunquista, un po' bigotto, un po' triste, disilluso, molto distratto, molto cattolico e sostanzialmente impegnato a pensare alle cose di tutti i giorni e non alle sfide, vere o presunte, della politica.
Sto uscendo per andare a votare. Voterò al referendum. Quello in cui chi non è d'accordo ha deciso di non farsi vedere, non di votare no, come la logica suggerirebbe. Io sono un "relativista", di quelli che non piacciono al Papa, così a volte voto, altre volte non voto. Dipende. Non ho il culto del popolo sovrano e credo poco in questa democrazia. A volte credo che votare possa migliorare le cose e allora lo faccio. Quando non vado alle urne non lo faccio a cuor leggero, mi è stato insegnato altro. Sono cresciuto in una famiglia cattolica, di cattolici perbene, laici, con grandi slanci sociali, ma comunque cattolici. Bene, mi è stato inculcato, anche a suon di forti discussioni, il dovere del voto, il dovere della scelta, il dovere del rispetto delle leggi, il dovere del rispetto delle regole della democrazia. Salvo poi scoprire che anche lì, nel mondo del pensiero che gira intorno alla Chiesa, il relativismo, quando serve, è di casa e questa volta alle urne non si va. Il vecchio fine che giustifica il mezzo salta fuori anche dove i principi sembrano saldi come baluardi. Allora penso che è ben debole la Chiesa che non sostiene le proprie idee ma invita alla fuga, sperando nell'alleanza inconsapevole dei vacanzieri ad oltranza, dei distratti, dei delusi, dei menefreghisti. Ma, come dire, è tutto relativo.
A Rimini, fino al 30 giugno si può vedere la mostra Scrivere contro la guerra dedicata alla scrittrice austriaca Ingeborg Bachmann.
Si tratta di una mostra multimediale composta di stazioni da percorrere in
senso orario seguendo un percorso di immagini e scrittura, con testi
editi ed inediti presentati in lingua tedesca e nella versione in lingua
italiana.
La cura della mostra a Rimini è di Isabella Bordoni che ha anche creato
l'ambiente sonoro dell'allestimento, in collaborazione con Angelo Benedetti.
La mostra che si trova in piazza Cavour alla Sala degli Archi 2 (aperta dalle 17 alle 21, escluso lunedì) è presente a Rimini grazie alla collaborazione con il Forum Austriaco di Cultura di Milano.
Presentazione questa mattina del Gambero Nero nel carcere di Fossano. Tanti (buoni) dolci cucinati da alcuni detenuti, un mare di retorica, ma ne siamo usciti e quindi è andata bene;-)
Adesso siamo in viaggio, in auto, verso Salina, capitale delle isole Eolie. Sono lì per tanti motivi. Cercherò poi nei prossmi giorni di spostarmi verso le Egadi, a Favignana, per assistere alla mattanza dei tonni. Chissà se ce la faccio... Intanto si viaggia. E viaggiando il tempo per scrivere è sempre poco.
Nella foto la mostra fotografica del Gambero Nero esposta in anteprima nel carcere di Fossano.
Ieri è stato il mio compleanno, il quarantatresimo, e me lo sono passato quasi tutto sulle autostrade a far zig zag per lo stivale (che meraviglia sono i treni, a confronto, anche quelli scomodi, anche quelli in ritardo...).
Stamattina sono tornato in rete e ho scoperto che qualcuno si è ricordato del mio compleanno anche sul web: guardate qui. Grazie Massimo.
Ieri era però anche un altro compleanno, quello di questo blog che mi sono regalato il 16 maggio del 2002 per festeggiare i miei quarant'anni. Da allora è stato un viaggio nella rete, in compagnia di un mondo di persone che prima di Internet non avrei mai immaginato di incontrare, fosse solo per lontananza geografica.
Con la rete, con chi passa di qui, sono cresciuto, credo di essere diventato in qualche modo una persona migliore, più ricca, di relazioni, di conoscenze, di affetti. Grazie, in questo caso, a tutti. Davvero, senza retorica.
Nella foto di Davide Dutto sono in Sicilia, nella tenuta di Lorenzo Piccione a Chiaramonte Gulfi, sui monti Iblei. Sto intervistando uno dei pochi custodi della ricetta artigianale del sapone all'olio extravergine d'oliva. Cliccando sulla foto si vede più grande.
Sbirciate un po' qui che bel laboratorio è in corso in questi giorni a Bologna con gli studenti del Dams. Artefice di questo percorso a cavallo tra luogo e linguaggio poetico è Isabella Bordoni.
Massimo Frezza, alias Wolverine, l'ho conosciuto on line. Poi un giorno, qualche anno fa, l'ho incontrato a Roma. Alle 9 del mattino per un caffè, dieci minuti e poi ognuno per la sua strada, si era detto. Non sono riuscito a liberarmene fino a mezzanotte, mi si è appiccicato addosso a 'mo di segugio senza star zitto un momento. Poi l'incubo è finito e se n'è andato a casa. Mi è rimasta la testa piena di chiacchiere e un libro che mi ha regalato, il Violino Nero di Maxence Fermine. Grazie a Massimo mi sono innamorato di questo scrittore francese che mi ha incantato con Neve e altri piccoli cioccolatini letterari.
Sarò franco e spietato: Massimo è un gran rompiscatole, ma ha l'occhio lungo per le cose belle. Poi ha passione e grinta. E ama e conosce il cinema come pochi. Dove lavorava, mi dice, l'hanno lasciato a piedi. Il posto era uno solo e non per lui. Scaduto il contratto, finito il "progetto", a casa. Bene, compratevelo Massimo, è un affare portentoso: costa poco, scrive bene ed è una locomotiva della critica cinematografica, un rompiscatole come pochi al mondo capace di arrivare al risultato con una costanza senza pari. Se vi serve qualcuno che di cinema capisce, sa e ha sempre voglia di andare a fondo, Massimo è quello che fa per voi. Credetemi. Fatelo scrivere. Contattatelo qui.
E' appena uscito in libreria, ma del Gambero Nero ne stanno parlando in tanti. Ho rilasciato in questi giorni davvero tante interviste e altrettanto ha fatto Davide Dutto, il fotografo autore delle cento immagini che compongono l'ossatura del volume. Anzi, Davide ha fatto di più. Ha messo on line, sul suo sito, il libro da sfogliare così uno prima di comprarlo se lo può vedere. Basta andare su www.davidedutto.com e cliccare su Opere Editoriali>Libri>Gambero Nero.
Se dopo averlo sfogliato vi convince compratelo qui (oppure in libreria).
A me piaceva, tanto, la vecchia e cara "Tribuna politica". Anzi, dirò di più, mi piacciono le facce del potere più o meno democraticamente eletto, mi rassicurano i falsi sorrisi, trovo adorabili gli spartiti sui quali suonano i partiti... Insomma, mi intriga il bagno di sangue dei pensieri, onesti e furbetti, credibili o roboanti. Per questo sono contento che esista Politicablog, ennesima invenzione dell'infaticabile Luca Ajroldi.
Da segnalare in particolare il post Politicablog: il tuo spazio di libertà nel quale Ajroldi offre spazio ai giornalisti che non ne hanno altrove. Ultima spiaggia contro la censura o sottile provocazione?
E' una vecchia poesia che ho scritto. Tirata fuori da un cassetto. Si può leggere qui, nel weblog dei Mercoledì letterari.