Questo blog ha chiuso definitivamente il 20 novembre 2007. Tutti i post pubblicati fino a quel giorno rimangono on line.

No, non è paura e neppure viltà. È stanchezza. Mi sono stancato. E chiudo. Chiudo questo blog (senza cancellare nulla, ci mancherebbe!)
Come dice il mio amico Nick Tambone chi scrive su un blog lo fa per passione, senza guadagnarci nulla, tra mille impegni quotidiani. Incappare in una querela è una seccatura immane, sproporzionata rispetto alla soddisfazione di aver scritto un bel post. A questo punto uno dovrebbe lottare, sostenere la libertà di espressione, organizzare qualcosa, non solo perché la seccatura è toccata a lui, ma perché toccando a lui scopre un mondo (un ulteriore mondo) che non funziona, di censura strisciante, di brutta gente che ha tempo da perdere. Beh, diceva Leoluca Orlando che le persone non possono scendere in piazza tutti i giorni a chiedere "verità e giustizia". Hanno una vita da fare. E per questo che vincono le ingiustizie. La rete è un luogo che amo, ma non è il mio mondo: ho da fare altre cose e non riesco a permettermi, in termini di tempo e di passione, di difendere una libertà che andrebbe invece difesa. Quindi chiudo. Appunti di viaggio è un'esperienza iniziata il 16 maggio del 2002, il giorno del mio quarantesimo compleanno, non sempre è stato facile (perché la rete assorbe), a volte, spesso, è stato bello. Oggi non ho più motivo di restare qui. Riaprirò un altro spazio, ma sarà solo professionale, a questo indirizzo, appena il mio amico Michele Isman finirà di disegnarne la grafica.
Grazie a tutti. In particolare ad Alberto Biraghi che mi ha ospitato e a tutti quelli che mi hanno fatto sentire il loro affetto e la loro amicizia. Perché un blog, in fondo, è un luogo affettivo, non uno spazio d'informazione, è un bicchiere bevuto insieme agli amici davanti al camino. Prosit!

Non volevo scomodare la libertà di espressione, ma mi tocca. Perché scopro che la rete è piena di persone querelate da Luigi Moncalvo e perché la querela è ormai un atto politico, un esercizio di potere basato su una disfunzione del sistema giudiziario. La prova? Se andate sul post per cui io sono stato querelato trovare dei rimandi ad un altro post e un altro blog (quello di Luca Bravi e Matteo Tassinari), ma nel post e nel blog in questione non c'è scritto più niente. L'ha detto una sentenza? No, l'ha detto la paura. Meglio cancellare. Così la censura attraverso la querela funziona. Senza arrivare in tribunale, senza verdetto. Non solo. Luca Bravi scrive che lui, la cui posizione è stata archiviata perché non c'entrava nulla, ha speso 1.500 euro in avvocati. Un mese di stipendio di un insegnante solo per ottenere un'archiviazione dovuta.
Quindi la querela per diffamazione vive e prolifica di un uso improprio. Querelano i soggetti forti, i potenti, quelli che hanno dietro un ufficio legale o buone risorse finanziarie. Querelano anche per cose che difficilmente otterranno un rinvio a giudizio, con l'unico scopo di mettere a tacere i soggetti più deboli, i meno potenti, quelli che non hanno mezzi per pagarsi un avvocato, tempo da perdere per raggiungere tribunali lontani. Se una querela del genere arriva in tribunale, lo fa dopo anni, tanti anni e tu intanto stai zitto, fai il bravo, taci, perché il rischio è poi quello che si apra la porta a una richiesta di danni in sede civile. Ecco, in questo modo che la querela esercita una censura, fa in modo che uno abbia paura a parlare. Si tratta di un uso prevaricatore delle disfuzioni della giustizia a scopo di privare le persone di quella libertà di espressione, che sarebbe invece sancito dalla Costituzione. L'amico semiologo Giampaolo Proni dice: l'uso della querela per diffamazione come mezzo di impedire la libera espressione dei soggetti più deboli meriterebbe un convegno. Oppure un blog-vegno, magari cercando il sostegno di qualche avvocato che ha voglia di ragionare in materia. Ecco, ci ho pensato, per un giorno mi sono detto: facciamo un convegno sulle querele in rete, sulla libertà di espressione. Poi mi sono detto che io di mestiere scrivo e ho un libro da consegnare. Quindi non ho tempo di organizzare, di partecipare sì, di organizzare no. Se altri lo vogliono fare ben venga, ma questo è il tempo che ti sottrae una querela: il tuo, quello del tuo lavoro, della tua vita, perché devi occuparti di cose e persone che con te, con il lavoro, con la vita non c'entrano nulla. Cose da tromboni.
Premessa: per me (libertà di opinione articolo 21 della Costituzione, lo penso io che sono un cittadino), la querela è un atto fascista (spiegazione: lo è la querela, non il querelante che è quel che è o preferisce essere).
Penso infatti che querelare qualcuno per diffamazione o anche solo minacciarlo sia un gesto prevaricatore e fascista. Un sistema per esercitare una forma di censura. La diffamazione non è infatti un reato contro la "verità", ma contro l'onore. Quindi uno se ne avvale non per far cancellare bugie sul suo conto, ma per lavare le offese, non col sangue, come al tempo dei duelli, ma in tribunale. Questa è la legge italiana: reato contro l'onore. Non a caso si procede per querela di parte. L'onore, l'onorabilità, sono concetti soggettivi e, per me, sono concetti fascisti. Denunciare qualcuno per diffamazione significa sostenere, seppure indirettamente, il primato dell'onorabilità e dell'onore. Erano gli anni Cinquanta che ancora non si puniva il delitto d'onore e l'onore salvo - ovvero il matrimonio - cancellava, per legge, il reato di violenza carnale. Tutto questo per rispondere ai tanti, perché ormai sono tanti, che mi hanno detto: controquereliamo Luigi Moncalvo, facciamo valere i nostri diritti, facciamolo insieme. No, io non querelerò nessuno: l'onore non ha niente a che fare col diritto, ma più facilmente col medioevo.

Mister Padania è un simpatico ed innocuo appellativo con il quale indico Luigi Moncalvo, detto Gigi, che della Padania, intesa come giornale quotidiano, fu direttore. Bene, il signore in questione mi avrebbe querelato. Uso il condizionale per cautela, perché ufficialmente non lo so, ma va letto all'indicativo. Stamattina sono stato convocato dalla polizia postale. L'indagine riguarda il reato di diffamazione a mezzo stampa, l'oggetto è in questo post dell'aprile del 2006 dal titolo Censure e querele ai blog (scusate per gli oltre 400 commenti di spam, è spazzatura della rete, non c'è intento denigratorio). Come allora non so se piangere o sputare per terra, ma più sono indeciso e più mi viene da ridere.
L'ultima volta che sono uscito di casa l'ho fatto per andare a pranzo domenica alla Capanna di Eraclio, monumento alla civiltà della tavola del Delta del Po e alla pesca nella sacca di Goro e nel vicino Adriatico. Era il punto e virgola che mancava al mio libro sul Po che adesso procede a un capitolo al giorno e mi tiene inchiodato al computer. Ogni tanto metto il naso fuori di casa per andare a prendere i miei figli a scuola, leggere qualche pagina del Libro degli errori di Gianni Rodari con Ludovico o aiutare Giulia a ripassare filosofia o greco.
Uniche digressioni alla scrittura sono gli incontri pubblici. Sabato 17 novembre, alle 17,00, assieme all'amico Paolo Vachino presento La trota ai tempi di Zorro a Sorrivoli, sulle belle colline di Cesena, alla Casa dell'Upupa, lo studio della scultore Ilario Fioravanti. È un impegno preso da tempo al quale non posso più rinunciare, così alla manifestazione di Genova, lo stesso giorno ci sarò solo idealmente. E un po' mi spiace, perché nel 2001 al G8 c'ero in carne ed ossa. Ironia della sorte: devo ai lacrimogeni di quei giorni il fatto di aver smesso di fumare.
Il 18 novembre, alle ore 11,00, sono a Mondaino, al confine tra Romagna e Marche, a parlare di tartufi e cucina locale assieme allo scrittore Piero Meldini, all'editore Massimo Panozzo, a Nando Santucci, già delegato riminese dell'Accademia italiana della cucina e a Nicola Pelliccioni presidente della Strada dei vini e dei sapori della provincia di Rimini. La tavola rotonda parte dal libro La cucina riminese tra terra e mare, scritto a quattro mani da me e Piero Meldini.

Il 23, 24 e 25 novembre sono invece a Milano, al Leoncavallo, in occasione de La Terra Trema: un centinaio di produttori di vino e di cose buone offrono i loro prodotti in degustazione, si discute di vino, di cibo, di agricoltura, ruralità, atiproibizionismo, di metropoli e periferie, resistenza e salvaguardia del mestiere di contadino e di vignaiolo. Ci sono degustazioni, chiacchiere colte e presentazioni di libri. Io sono un po' qua e un po' là come il prezzemolo, ma il 24, sabato, alle 18,00, con Stefano Rossini raccontiamo il nostro viaggio lungo il Po, anche con proiezione di immagini.
La sera, quando non ne posso più di scrivere, mangio frutta e leggo (e rileggo vecchie cose): Le città invisibili di Italo Calvino, Istambul di Orhan Pamuk, Il verdetto di Valeria Parrella. Mi fanno compagnia le splendide compilation del mio amico Franco Fattori capace di far scorrere il tempo musicale passando da God save the queen del Sex Pistols a Rocket man di Elton John in uno slalom underground senza pari che passa dai Cccp ai Tuxedomoon, dai Duran Duran ai Coldplay, passando per Garbo (chi lo ricorda?) e Claudio Lolli, gli Stromy Six e i The Church, Alan Sorrenti e i Genesis. Franco "Mito" Fattori, primo dj dello Slego, voce indimenticabile della fiorentina Controradio e della riminese Radio Electra (la radio che dirigevo nel 1990, proprio sopra lo Slego) e oggi giornalista nel mondo del volontariato, per me è la storia della musica rock (e non solo) vista da tutti i punti di vista, senza ideologie. Le sue selezioni musicali sono benzina per le mie dita che scrivono frenetiche sulla tastiera.
Chiedo scusa se parlo di Maria, ma è una storia che conosco bene... Mi girano sempre in testa le parole della canzone di Giorgio Gaber quando penso a Il marito muto, primo romanzo di Claudio Castellani in uscita tra qualche giorno per Marco Tropea Editore. Maria si toglie la vita nelle prime pagine e lascia di sé un passato ignoto, una militanza armata di cui Carlo, il marito, è testimone silenzioso e una serie di diari che sono scrigno di questo romanzo che ho avuto l'onore di assaporare un paio di anni fa e di riguardare ora in anteprima dopo un lungo lavoro di cesello e scalpello dell'autore. Da leggere, perché è una storia che entra dentro, nel profondo, in un angolo non semplice dell'anima, dei rapporti tra due persone e tra le persone e un'epoca, una storia, la storia. La durezza e la bellezza stanno nel coraggio di Claudio di mettersi in gioco visto che il racconto e tremendamente autentico, autobiografico.

Don Oreste Benzi è morto. Non lo frequentavo più da tanti, tantissimi anni, ma una persona che se ne va riapre sempre dei pezzi di vita. In passato ho molto apprezzato del suo lavoro, il suo stare con i poveri, con quelli che lui chiamava gli ultimi. L'ho apprezzato al punto che a metà degli anni Ottanta mi sono avvicinato alla religione proprio affascinato dal lavoro che svolgevano allora don Benzi e la comunità Papa Giovanni XXIII. Il nostro rapporto è stato talmente forte che ho diretto il giornale della sua comunità, Sempre, dal 1986 fino al 1989. Ed è stato un percorso importante: mi viene in mente solo lo spazio enorme che abbiamo dato ai "dissociati", a chi si staccava dalla lotta armata senza "pentirsi" e le inchieste, forti, che abbiamo fatto sul carcere, sulla povertà, sull'handicap, sulla droga. Sulla droga ci siamo separati: lui convinto assertore del divieto, della punizione, di uno stato etico, appoggiò la legge Jervolino Vassalli, io antiproibizionista da sempre, su quella legge che puniva chi già era punito dalla vita non riuscì a trovare un compromesso con me stesso e me ne andai. E non ci avevano prima separato le questioni su Dio, perché su quelle lui sapeva andare forse più a fondo. Mi permetto un ricordo, personale, intimo, molto forte. Quando ho provato ad avvicinarmi alla fede, ho fatto quello che nella comunità Papa Giovanni XXIII si chiama "anno di esperienza", cioè un percorso, in una casa famiglia, in una struttura di accoglienza, per sperimentare i cinque punti su ci si basa la "vocazione" della comunità: condividere la vita degli ultimi, condurre una vita da poveri, lasciarsi guidare nell'obbedienza, dare spazio alla preghiera e alla contemplazione, vivere la fraternità secondo il Vangelo. Alla fine di quest'anno parlammo a lungo e io spiegai a don Benzi che di tutte quelle cose l'unica che mi affascinava, in cui potevo credere, era condividere la vita degli ultimi, su molte delle altre non ero proprio d'accordo e mi rimanevano i dubbi sull'esistenza di Dio. Quindi la cosa non faceva per me. Don Benzi sapeva stupire e infatti mi stupì dicendo che in fondo bastava, che il resto non era importante. Neppure l'esistenza di Dio? No, mi rispose, tanto esiste lo stesso anche se tu pensi che non sia possibile. Conclusione: sicuramente avevo la vocazione per far parte della sua comunità. La storia poi ci ha portati lontano, felici di incontrarci le volte che capitava, di abbracciarci, ma sempre più distanti, su alcune scelte ci sono stati abissi. Dell'uomo, dell'Oreste Benzi che ho frequentato a lungo, posso dire che ci credeva davvero, sempre e fino in fondo. Occupandosi di persone e di cose di cui tutti, spesso in modo colpevole, ci dimentichiamo. Magari lo faceva in maniera sbagliata, però lo faceva.
Capretti, cervi e caprioli, ma anche tassi e marmotte, polenta, patate, castagne e il vino, che viene sempre da giù, dalle colline, dalle pianure, come rimedio alla malinconia quotidiana, come compagno di cucine robuste e di ingredienti poverissimi. Della montagna, delle montagne, ricordo il latte d'estate, quello d'alpeggio talmente denso da rimanere attaccato alla barba, i funghi che si trovano sotto le radici dei faggi, le trote, spesso motivo del mio risalire vallate, il profumo della nebbia che racconta l'autunno. C'è un misto di affumicato, di muschio, di terreni sconfinati, di resina e fuochi sempre accesi nell'immaginario del cibo di montagna. Eppure c'è una cucina "alta" anche ad alta quota e sapori immensi e irripetibili, luoghi e pensieri da salvare, angoli di focolare da reinventare e una socialità che rischia di scomparire uccisa dalle distanze lunghe dal mondo o, per paradosso, dalle vicinanze estreme del turismo. Nei prossimi giorni andrò a perdermi tra i cuochi di montagna, ad assaggiare prodotti dimenticati e ricette inesplorate, a immaginare ristoranti di confine e di crinale, a Darfo Boario Terme in Valcamonica, in questo evento dal nome brutto, Expo Sapori di Montagna, ma dai grandi contenuti, come mi dice l'amico Riccardo Lagorio che è tra gli organizzatori.
La foto non c'entra nulla, è solo in quota: è un autoscatto dove sono con mio figlio Ludovico sulla cima appena conquistata del Monte Giovo nell'Appennino tosco-emiliano.