
Credo sia il Settantasette il filo conduttore che unisce in un'unica serata, quella del 4 ottobre, il mio romanzo La trota ai tempi di Zorro con il noir Nuova California di Pietro Angelini. Non conosco il libro, che leggerò curioso in questi giorni, non conosco Angelini, ma, mi hanno spiegato invitandomi, che anche lui è riminese e anche il suo lavoro tocca gli anni Settanta. Credo possa venirne fuori una serata curiosa: giovedì 4 ottobre, alle 21,00, alla biblioteca comunale di Santarcangelo di Romagna, nove chilometri a nord di Rimini.

Riminizzare, secondo il Dizionario ragionato della lingua italiana di Angelo Gianni e Luciano Satta, significa deturpare il paesaggio con troppo cemento. A Rimini, ovviamente, questa parola non piace. Ma è vera. A nord di Rimini c’è Viserba, una frazione che era di sabbie e orti, dune sull’Adriatico e un’antica fossa per mulini. Poi la fonte Sacramora: tre rubinetti per prendere l’acqua buona, ci si andava in bicicletta con le taniche, lo faceva anche mio nonno. Roba che ho visto anch’io, mica cose di tanti secoli fa. Oggi è una periferia con case che si moltiplicano a vista d’occhio, strade che si intasano di traffico, servizi che non funzionano. Poi c’è la vecchia Corderia, la fabbrica di corde, il campo di concentramento di Rimini dopo l’8 settembre del 1943. L’hanno tenuto i tedeschi, poi gli americani ci hanno fatto altro. Un luogo che è magia d’infanzia, con disegni (affreschi qualcuno li chiama, ma sarebbe più corretto pensare ai moderni graffiti), avanzi di lavori antichi, caseggiati cadenti che a guardarli danno una stretta al cuore, frammenti di Novecento e di prima ancora dentro a un polmone verde, l’unico che ancora resiste a lato di case e casette. Bene, anche qui ci faranno abitazioni e altra edilizia, persino l’inutile sede dell’ancor più inutile quartiere, dove i “governanti” allargano le braccia e ti dicono che è già deciso, che è il mercato, che è... Capito, capito: farà la fine del tabacchificio scomparso per far posto a un palazzone che ha pure velleità architettoniche o della fornace Fabbri espropriata per la collettività e trasformata in affare per palazzinari. Rimini è città che soffoca di cemento e di mancanza di memoria. Di prima del turismo non si ricorda nulla, delle vie d’acqua nel borgo Sant’Andrea, dell’Ausa il fiume prima ucciso di inquinanti e poi sotterrato per non sentire la puzza. Si preserva qualche barlume d’antico in modo un po’ bizzarro pure, si sbarra una strada per metterci una porta del passato che lì non c’era più da tempo: un passaggio perché non si passi più. Della Rimini prima dei bagni e dei bagnini non resta ricordo, non una traccia, non un brandello.

Allora se è vero che l’inutilità di altre case a Viserba è inevitabile si potrebbe evitare di allargare le braccia e invece cogliere l’occasione, se ancora c’è occasione, per pensare ai pochi spazi della Corderia vincolati dalla sovrintendenza per farne un luogo di memoria, mi verrebbe da dire museo, ma suona come un posto vuoto. No, un luogo vivo di memoria, che raccoglie le fotografie, le testimonianze (ci sono ancora anziani che ricordano della Corderia e della guerra, ma non ci saranno ancora a lungo...), i sogni e i segni di generazioni che non avrebbero capito tutte queste case, che hanno piegato la schiena alla fame e lottato, nel privato, ma anche nella vita pubblica, accarezzando le promesse della modernità. Fatene un parco etnografico moderno (non quelle robe con le corna di bue, il calesse e la paglia) del poco che non si costruirà della Corderia, un luogo che ricordi il passato e la gente del passato. E gli anni della guerra e della fame. Fatene almeno il luogo della memoria, invece del trionfo dell'ignoranza urbanistica.
Le immagini della Corderia di Viserba sono state tratte da qui. Il complesso è una meraviglia di archeologia industriale che non rivedremo mai più.

Si chiude il 29 settembre, con una performance dal vivo tra le scale mobili del centro storico di Perugia, già sonorizzate dal 24 settembre, Diverse Nature, opera sospesa tra poesia e musica di Isabella Bordoni. Il filo conduttore della sonorizzazione cittadina è la voce di John Cage durante la sua ultima visita in Italia, nel 1992, proprio a Perugia, poco prima di morire.
La performance si intitola Lì dove l'ombra appare remixed, va in loop, ovvero si ripete, dal vivo, ogni ora dalle 21 a mezzanotte, con Isabella Bordoni sospesa nel vuoto tra corde e cordami alla Rocca Paolina. Tutto il progetto Diverse Nature è all'interno di Le arti in città - Perugia contemporanea.
Persino in Romagna, a Rimini, dove le biciclette hanno una storia lunga e sono usate da migliaia di persone, si trovano di continuo auto parcheggiate sulle piste ciclabili. Abbiamo avuto una soffiata: il comune invece di mandare i vigili darà ai ciclisti dei cartellini da mettere sul parabrezza con scritte politicamente corrette che spiegano all'ignaro automobilista che intralcia la circolazione alle bici. Come se non lo sapesse e gliene importasse qualcosa. Maleducati, per non dir peggio, si chiamano gli automobilisti sulle ciclabili. Altro che foglietto comunale, ci vuole un adesivo con su scritto a chiare lettere "Sei un maleducato!", poi lo si appiccica sul parabrezza ben in vista con colla potente. Così i recidivi, la volta dopo, si vedono subito e ai perseveranti si riga l'auto con le chiavi. Dove non vanno i vigili non resta che l'autodifesa da marciapiede (e da pista ciclabile).
Cliccando qui si può vedere il video dell'iniziativa di Cultura21 alla Biennale di Venezia alla quale ho partecipato assieme all'artista Isabella Bordoni (impegnata in questi giorni a Perugia nel progetto Diverse Nature).
Il video è lungo perché riprende l'intera giornata di lavori inserita nei cento giorni dedicati alla memoria dell'artista tedesco Joseph Beuys.
Chi volesse ascoltare e vedere il mio contributo sul viaggio lungo il Po lo trova comunque dopo un'oretta di altri interventi.
Post scriptum: nonostante una certa somiglianza la bandiera dietro alla quale stiamo parlando non è quella di Cuba, ma quella del Papua occidentale, in lotta dal 1963 contro l'occupazione indonesiana. sull'argomento si può vedere quest'ottimo contributo video, in inglese.
Merci Beaucoup! Michel Butor si alza in piedi, ringrazia e riceve uno scroscio di applausi nella sala della provincia di Pordenone gremita di appassionati arrivati in occasione di Pordenonelegge. Niente fronzoli, niente chiusure, risponde alle domande e poi... grazie a tutti. C'è da fare, da andare avanti, da partire a gennaio per l'India che assieme alla Cina rappresenta i grandi cambiamenti in corso. Quali cambiamenti? Lavoriamo in un tempo molto oscuro. Oscuro per tutti. Noi speriamo di portare un po' di luce. I miei testi sono delle domande. Aspetto delle risposte e nel tempo vedo che le risposte arrivano. Giungono a Lucinges, le risposte, in Alta Savoia, dove Butor vive e lavora, a lato, ai margini, in silenzio. La grandezza non ha bisogno di riflettori. Se chiedete a quest'uomo se conosce l'Africa vi risponde no, che lui è stato solo nei paesi del Maghreb, ha insegnato in Egitto, è stato in Zimbawe, in Burkina Faso, in Etiopia... Troppo poco, mai abbastanza. Della Cina pure non sa quasi niente, c'è stato solo tre volte... Non si fa mai avanti, non ostenta nulla, non rivendica un posto al sole, risponde alle domande e sorride, saluta, si siede, firma le dediche alle decine di persone arrivate con libri vecchi, introvabili, tirati fuori dagli scaffali della memoria. Lui chiede come ti chiami, prima il nome, poi il cognome. Oggi, 24 settembre, Michel Butor è a Belluno, domani, 25 settembre, a Trento, all'Università. Poi torna in Francia.
Noi ci siamo salutati ieri. Lui e la moglie Marie-Jo hanno proseguito col fotografo Daniele Ferroni (quello che usa solo la pellicola e lascia questo blog privo di foto) e a due curatori del viaggio con Butor: Flaminio Balestra e Massimo Balestra. L'altro curatore, Isabella Bordoni, ha lasciato la carovana già da qualche giorno: è impegnata, come artista, a Parugia, nel progetto Diverse Nature.

Dopo aver salutato Michel Butor sono tornato da Pordenone a Rimini con il treno, con i regionali, cambiando a Mestre e a Bologna. Più di cinque ore di viaggio, in vagoni caldi e pieni di mondi che si incrociano sui treni, che si spostano insieme e difficilmente si incontrano. È il brusio del mondo, quello di cui parla Butor. Rimarrà parecchio di questo viaggio in chi l'ha fatto, resteranno i particolari, anche quelli piccoli, infinitesimali, resterà la potenza della convivialità a tavola, delle curiosità mai sopita, della grandezza delle scoperte, delle parole, che valgono se dette nella lingua in cui sono state "cucinate", non nelle traduzioni:Travailler dans les frontières du livre, expérimenter les métissages pour creuser une utopie; car c’est par l’utopie que le discours produit sa vérité.
Cinque ore di pensieri, letture (La valigia di mio padre di Orhan Pamuk; La masseria delle allodole di Antonia Arslan), la consapevolezza che un incontro così, come quello con Michel Butor, una frequentazione di tanti giorni, è capace di modificare molto. Già, La modificazione, il libro simbolo di Butor. Arrivederci allora, au revoir à bientôt.
Post scriptum e errata corrige (tanto per abusare del latino): La geografia della stanchezza a volte fa brutti scherzi che, nel caso specifico, diventano simpatico paradosso. Per una serie di curiosi qui pro quo chi ha intervistato sabato Butor non era un giornalista del Manifesto, ma Francesco Borgonuovo di Libero. Così chi ieri, domenica, ha comprato Libero ha letto di Butor in un articolo che parte da Baudelarie. Chi, tratto in inganno da questo blog, ha acquistato il Manifesto spero si sia consolato con l'intervento di Nichi Vendola sui lavavetri: finalmente una boccata d'intelligenza su un problema grottesco.

Eccoci a Pordenonelegge, in mezzo a una nutrita schiera di giovani lettori che affollano il centro, pronti per l'incontro/intervista di Andrea Cortellessa a Michel Butor. Veniamo dalle campagne reggiane, dalla cena di ieri sera sulla motonave Stradivari dove capitan Giuliano Landini ha tentato di deliziarci con i buoni piatti a base di pesce di fiume che avevo incontrato durante il mio viaggio sul Po. Ma ieri era venerdì di festeggiamenti sulla motonave, con cori campagnoli in crescendo da stadio e tantissimi coperti da riempire. E in Italia chi sa tenere alti, insieme, il livello della cucina e i posti a tavola, sono davvero in pochi. Non abbiamo mangiato male, per niente, c'è uno stile fluviale in cucina e si sente. Però il caos della gioventù cantante che capitan Landini non poteva prevedere sarebbe stato letale per qualunque cena. Siamo sbarcati prima che la nave salpasse per una notte di danze sul fiume. Come dire, non abbiamo l'età. E così abbiamo dormito, molto bene, nell'hotel Sporting di Campagnola Emilia. Non prima di esserci bevuti, io e i mai abbastanza citati curatori Flaminio Balestra e Massimo Balestra (l'altro curatore, Isabella Bordoni, era partita), una corroborante birra artigianale in una giovanile osteria di campagna discutendo di Gadda, di Pavese, di Lajolo, di Pizzuto e scoprendo che uno che vanta 120 distillati in cantina non tiene al banco del bar una bottiglia di Fernet Branca. Misteri della provincia. Intanto, sempre nella serata di ieri, Michel Butor è stato intervistato dal bravissimo Enrico Chierici per la Gazzetta di Parma. Domande sul rapporto tra cibo e letteratura. Rapporto stretto, strettissimo, perché scrivere un libro, dice Butor, è come cucinare un piatto. Con tutto quel che ne consegue in fatto di materie prime, conoscenze, alchimie, ingredienti da mettere in gioco. L'intervista è stata anche un'occasione per trarre le conclusioni del viaggio goloso: in Italia ci sono molti buoni ristoranti nella provincia, in Francia più facilmente nelle città. E il vino? Dice Butor: ho scoperto che in Italia ci sono tantissimi vini molto diversi tra loro. Ho avuto l'impressione che oggi ci sia una grande passione e attenzione a produrre il vino... e io ne approfitto. E noi con lui.
Domani, domenica 23 settembre, esce sul Manifesto un articolo su Michel Butor (il giornalista sta scrivendo accanto a me nel microscopico e caldissimo ufficio stampa di Pordenonelegge) si parte per Belluno dove si inaugura la mostra Michel Butor tra libri e manoscritti.
Scrivo da un treno eufemisticamente chiamato "regionale veloce". Subisco il fascino della lentezza, il viaggio è lungo: da Rimini a Torino. Ci vogliono quasi sei ore. Il tempo dei treni che vanno piano, quelli che attraversano i pensieri. Ripenso alle 23 ore del viaggio in treno tra Parigi e Roma del protagonista del romanzo La modificazione di Michel Butor. Perché i treni sono così importanti nel suo lavoro? Ha chiesto Paolo Vachino a Michel Butor. Perché mio padre lavorava per le ferrovie francesi e io giravo in treno da ragazzo perché non pagavamo i biglietti, ha risposto lo scrittore. Beh, gli scomodi sedili dei regionali veloci sono utili per ragionare intorno alle cose del mondo. Così al volo capisco cosa mi affascina in Michel Butor, nel suo lavoro, ma anche nell'uomo. Il treno. Il motivo? Lo stesso: mio nonno era capostazione e ho passato l'infanzia (e non solo quella) a viaggiare in treno. Sono divagazioni, nulla di più.
Oggi, 20 settembre, Michel e Marie-Jo Butor assieme ai mai abbastanza citati curatori Flaminio Balestra e Massimo Balestra sono a Bologna, al festival del libro d'arte.
Domani, 21 settembre, gita a Parma e cena a base di pesci d'acqua dolce lungo il Po, sulla motonave Stradivari. Se siete in giro venite a trovarci sul fiume.

Flaminio Balestra, Mimmo per gli amici, Massimo Balestra e Isabella Bordoni sono i curatori del viaggio con Michel Butor. Dicono che non parlo abbastanza di loro sul blog e quindi lo faccio: questo viaggio esiste perché loro tre si sono sobbarcati un discreto fardello sulle spalle. Perché Mimmo cura la regia, Massimo fa gli onori di casa e Isabella trova soluzioni ai problemi, ma anche perché le soluzioni le trova Mimmo, gli onori li fa Isabella, la regia Massimo e poi ancora onori, regia, soluzioni a random. Insomma, a loro il plauso, la gloria e la fama, tutti assai meritati perché questo viaggio è veramente un evento speciale. Questo, però, è merito di Michel Butor.
Poi, oltre ai curatori ci sono i collaboratori, cioè quelli che ci hanno messo ognuno un pezzetto. Li cito ora, così anche questa è fatta: Andrea Cortellessa, Paolo Fabbri, Daniele Ferroni, Egidio Fiorin, Antonio Ria e Franco Togni. Poi ci sono i patrocinatori, sostenitori et similia che però sono enti, associazioni e altre cose impersonali non hanno nomi e cognomi e quindi possiamo dimenticarceli o guardarli direttamente sul programma del viaggio che si trova qui. Ancora ci sono gli amici. Amici, sì, perché Michel Butor del suo lavoro dice: Ho scritto libri perché gli amici si ritrovino, e i nemici si perdano. Se poi, perdendosi, i nemici trovano qualcosa per cui si trasformano in amici, tanto meglio.
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E gli amici sono davvero tanti, quelli che stanno partecipando e seguendo il viaggio, quelli che sono venuto da molto lontano, persino da Parigi per questo omaggio dell'Italia a Butor, i ristoratori che ci stanno seguendo nelle cene d'autore con una passione incredibile, gli amici che arrivano solo per salutare o proprio per lavorare come la musicista belga Elise Simoens che ieri sera al teatro Petrella di Longiano ha curato la regia del suono delle musiche di Henri Pousseur in Voix et vues planétaires con Michel Butor che leggeva i propri testi in uno spettacolo di suoni e parole e immagini capace di condurre in luoghi geografici immaginari, ma così pulsanti da essere vivi, prima ancora che veri.
Oggi, 19 settembre, il viaggio di Butor, prosegue al Mar, museo d'arte di Ravenna, dove alle 17,00 parteciperà a una conversazione sull'arte. Domani, 20 settembre, invece sarà a Bologna ad Artelibro, il festival del libro d'arte e, alle 18,00, alla mostra dedicata al rapporto tra Butor e l'artista francese Pierre Leloup (nella foto una delle opere esposte). Io invece abbandono Butor fino a venerdì, ho altri pezzi d'Italia da girare. Lo ritroverò alla cena organizzata dall'amico Andrea Bezzecchi e dal comandante Giuliano Landini sulla motonave Stradivari, in navigazione lungo il Po.

Sono frammenti di mondo quelli che si sono incontrati ieri sera al ristorante il Povero Diavolo, sotto alla rupe di Torriana (Rimini), in una serata con la luna che sembrava dipinta. Michel Butor da solo è un mondo, quello che sto raccontando in questi giorni sul blog, ed è anche un secolo, quello appena trascorso. Trovi tracce di Butor in ogni angolo letterario della seconda metà del Novecento, più scavi, più cerchi, più lui c'è almeno passato. Il Povero Diavolo, inteso come Fausto Fratti e Stefania Arlotti è, sono, un altro mondo, quello della buona gastronomia e della grande ospitalità inseguita con testardaggine senza pari, sin dall'apertura del locale nel 1990. Non sempre è stata una cucina da amare, quella che si è mangiata tra queste mura, ma la loro storia sì, perché è storia di convinzione e resistenza. Desiderio di migliorarsi sempre. E ieri sera hanno mostrato un nuovo modo di intendere cucina e territorio. Complice Pier Giorgio Parini, chef giovane di mano sicura e di scuola importante: ha cucinato dall'impareggiabile Massimiliano Alajmo, ma non lo imita, come dice il critico Davide Paolini. Anche Pier Giorgio Parini è un mondo, di sapori e ricerca e raffinatezza.

Marie-Jo Butor, e noi con lei, sì è stupita della bontà del morbido di maiale con purea di mele e succo di melograno. Per non parlare delle quaglie scottate con uva cicoria e peperoncino e della pappa col pomodoro: quintessenza di semplicità, contraltare popolare ai sontuosi cappelletti asciutti al formaggio di fossa. C'era in tavola la Romagna più autentica. Che è un altro mondo. Poi c'era il pianeta vino: quello presente in tavola e quello presente al tavolo. In tavola due importanti bottiglie del forlivese Drei Donà: il Tornese 2005 e il Magnificat 1998. Un modo per onorare la presenza di Butor con il vino. Erano invece presenti davvero, nel senso che erano a cena con noi, Adriano Galli e Isabella Santarelli, viticultori, protagonisti di un importante recupero storico e territoriale attraverso il vino: ci aspettiamo grandi frutti.

Poi c'era l'amico e poeta Paolo Vachino, animatore del Mercoledì letterari di Santarcangelo di Romagna. Anche Vachino è un piccolo mondo a parte, protagonista di affascinanti provocazioni verso tutti i protagonisti della letteratura (non c'è appuntamento al quale partecipi nel quale non sfoderi domande, intelligenti e pertinenti, ma non sempre comode). Beh, davanti alla disponibilità, alla mitezza e, diciamolo, alla grandezza di Michel Butor per la prima volta l'ho visto silenzioso, zittito, contento, felice di aver ricevuto due dediche su altrettanti libri. Ancora, c'era la Fondazione Tito Balestra al gran completo: pochi chilometri di distanza, tanti eventi nei quali incontrare qualcuno anche a tavola, eppure con il Povero Diavolo non si conoscevano. A tavola c'erano anche la giovane musicista belga Elise Simoens che stasera, 18 settembre, alle ore 21,00, al teatro Petrella di Longiano curerà la regia del suono delle musiche di Henri Pousseur in Voix et vues planétaires (l'ingresso e libero) e l'artista e curatrice del viaggio di Butor Isabella Bordoni. Altri mondi appunto. Tutti insieme, all'insegna della cultura, compresa quella del cibo e del vino.
Domani, 19 settembre, Michel Butor sarà al Mar, museo d'arte di Ravenna, dove alle 17,00 parteciperà a una conversazione sull'arte.

Il prossimo appuntamento del viaggio goloso con Michel Butor, per chi volesse unirsi a noi, è il 21 settembre, alle 20,30, al porto fluviale di Boretto (Reggio Emilia) dove è attraccata la motonave Stradivari (nella foto) e dove ci attendo il comandante Giuliano Landini, campione mondiale di motonautica negli Ottanta e Novanta. Qui il menu seguirà i sapori del Grande Fiume: tortino di luccio in salsa con polenta, ravioli di pesce al sapore di fiume, risotto con anguilla affumicato (assaggiato durante il mio viaggio sul Po, indimenticabile) e trancio di persico alle erbe aromatiche. Immaginiamo scorrere in tavola fiumi di vini rossi e popolari con le bollicine: Lambrusco e Fortana, in primis.
Tra tutti questi mondi quello che latita è la tecnologia: ho qualche foto digitale della cena con Michel Butor al Povero Diavolo, niente di che solo per raccontarla, ma ho dimenticato in giro il cavo per scaricarle dalla macchina fotografica. Ci saranno altre occasioni per pubblicarle. Per ora mettiamo l'intero staff del ristorante davanti alla locanda, gli impareggiabili cappelletti e una delle immagini di repertorio (vi ricordate quando si diceva così?) di Daniele Ferroni.

Cene d'autore, abbiamo chiamato così gli incontri gastronomici con Michel Butor. Perché lui è autore di libri, mentre i ristoratori che hanno accettato la nostra provocazione, invitatelo a cena!, sono gli autori dei menu che presentano il territorio e i suoi prodotti. così ieri sera gli infaticabili, è il caso di dirlo, Michel e Marie Jo Butor al ristorante la Canonica di Casteldimezzo (Pesaro) si sono calati nelle ripide cantine dopo una giornata che li ha visti alle prese con le scale, tante, della Rocca malatestiana di Cesena. Veramente la curiosità per le cose del mondo e la joie de vivre non hanno età, come la cultura e la creatività. Parliamo anche di libri, di scrittura, di lavoro tra un piatto e un altro, ma è impossibile anche immaginare la grandezza della produzione di Butor che per ritrovarsi, nel senso di trovare i propri lavoro, utilizza un sistema d'archiviazione delle proprie opere: oltre 1.600 (sì, avete letto bene, milleseicento) libri, comprendendo anche le riedizioni, ma non le traduzioni. Ed è incredibile quanto poco noto sia da noi uno scrittore di tanta potenza produttiva, oltre che creativa. In Italia, l'ho già detto ma mi ripeto per stupore, ci sono una decina di libri tradotti, ma uno solo in commercio: La modificazione, riproposto da Fandango Libri nel 2006.

Ma torniamo agli altri autori, quelli del cibo, per dire che alla Canonica di Casteldimezzo, il giovane patròn Andrea Rignoli, il suo vice e sommelier Davide Marino e lo chef Stefano Bragina, sono riusciti a stupirci con piatti eleganti realizzati con pesci poveri, Butor è rimasto incantato dai wafer di triglie agostinelle (cioè giovani, di agosto) con pomodori confit e puré d'avocado. Non da meno i filetti di triglia di scoglio al testo con ristretto di carote e spezie su un letto di cous-cous o i saporitissimi passatelli alle canocchie e vongole. Sulle vongole è stato facile capirci, ma su le cigale de mer prima di arrivarci ho dovuto fare dei disegni.
Ad accompagnare una serata di grande cucina affacciata sull'Adriatico marchigiano l'incredibile metodo classico riserva 1998, spumante da uve Verdicchio dell'azienda Colonnara. L'ennesimo esempio che anche le cantine da tanti numeri sanno fare, se vogliono, meraviglie. Poi un'altra leccornia enologica lo Zahir 2006, vino prodotto nella zona di Matelica con uve Malvasia, Trebbiano e Passerina che Michel Butor ha annotato con grande scrupolo. Conclusione con la Rebola passita Torre del Poggio di San Giovanni in Marignano (Rimini, estremo sud della Romagna) anche in versione da santificazione, non in commercio, prodotta in botti di castagno non riempite interamente, alla toscana.


Stasera, 17 settembre, altra importante incontro con la cucina, questa volta della Romagna, nella splendida cornice di Torriana al ristorante Il Povero Diavolo (nella foto), una vera perla gastronomica incastonata in un paesino tra le rocce. Domani sera, 18 settembre, invece, un'altra perla, questa volta musicale ed artistica: Voix et vues planetaires, lettura-concerto con musiche di Henri Pousseur (ritratto nell'immagine qui sopra, di Hélène Pousseur) e regia del suono dal vivo di Elise Simoens, testi poetici letti da Michel Butor e proiezioni video. Alle ore 21,00, al Teatro Petrella di Longiano, sempre nel cuore della Romagna.

Sul domenicale del Sole24ore c'è oggi un bell'articolo di Carlo Ossola su Michel Butor e sul suo viaggio in Italia. Lì è il concentrato, anzi il distillato, il meglio, della giornata di ieri alla Fondazione Balestra di Longiano dove lo stesso Ossola, il semiologo Paolo Fabbri, Bruna Donatelli, Laura Barile, Giuseppina Benassati, tutti bravi e pure interessanti, ma in grado di formare un tavolo talmente denso che avrebbero portato chiunque sull'orlo di un'overdose di cultura. D'altra parte Longiano è paese piccolo ma talmente aperto alla cultura da avere un sindaco non solo primo cittadino ma "intellettuale e filosofo" (ipse dixit durante il saluto a Butor). Viva la modestia. Butor è passato indenne attraverso critici e accademici che si prodigavano ad aumentarne grandezza e brillantezza, lustro e importanza.

Di tutto cito, dall'intervento di Ossola, un passo del romanzo di Butor Passage à Milan (in italiano Passaggio a Milano, Mondadori, 1966, ovviamente introvabile): "bisogna sottoporsi all'opera collettiva, ma quale moltiplicazione, quale nuova efficacia nascerà da questa potatura! Diverrà necessario lasciare l'avvenire sempre aperto. Uniamoci con un giuramento di ottimismo". Utopico, dice Ossola, profetico viene da pensare guardando quest'uomo capace di incarnare la propria scrittura, di ascoltare fiumi di parole attorno alla propria opera continuando a pensarla un lavoro, il lavoro di una vita infinita. Aperta. Come i libri d'arte, i quadri, le poesie fuse con le fotografie di Maxime Godard. Ma che meraviglia, il bianco e nero storico, autentico, di Mario Dondero che in uno scatto solo, esposto nelle mostre all'interno della Fondazione Balestra, è capace di riassumere un moto letterario come il Nouveau Roman, ritraendone i protagonisti tra chiacchiere e impermeabili: Nathalie Sarraute, Alain Robbe-Grillet, Michel Butor e Claude Simon.

Dagli spalti del castello di Longiano si vede l'Adriatico, forse se ne sente il profumo, all'interno parte l'intervista pubblica di Antonio Ria, domande morbide e serrate, risposte precise e dolcissime e Carlo Ossola, col rossore degli studenti ad un esame importante a fare il traduttore improvvisato. Una danza attraverso la letteratura francese e l'arte del Novecento. "Oggi il nouveau roman appartiene alla storia della letteratura francese, ma credo abbia ancora molto da dire"
Ma lei oggi, all'età di 81 anni, cone vede il mondo?
"Difficile rispondere in una frase. Posso dire che lo vedo cambiare a grandissima velocità".
E il rapporto tra scrittura e pittura? Il lavoro assieme a diversi pittori? E quello tra la sua scrittura e la musica?
"Amo la pittura e in quello che scrivo traspare la nostalgia per la pittura. E nello scrivere ho il desiderio di far vedere le cose. Così come con la scrittura vorrei far sentire il brusio del mondo..." E così via con un ritmo incalzante ma leggero fino al buffet per la festa ufficiale di compleanno con tanto di torta gigante e vista sulle colline di Romagna.

Oggi, domenica 16 e domani, lunedì 17, non ci sono appuntamenti ufficiali se non quelli con la tavola. Stasera alla Canonica di Casteldimezzo (Pesaro) per un incontro con i frutti dell'Adriatico, domani sera al Povero Diavolo di Torriana (Rimini). Il Povero Diavolo ha preparato un menu che parla di Romagna e Montefeltro e lo fa a toni alti, visto che mai come in questo momento nel ristorante di Fausto Fratti e Stefania Arlotti si è mangiato così bene. Il motivo è nel giovane e bravissimo cuoco Pier Giorgio Parini. E nella passione di sempre. Nonché nella cultura gastronomica, davvero rara, del Povero Diavolo. Insomma, un incontro autentico tra culture.
Mi ha scritto un lettore del blog, in posta privata, chiedendo perchè con tutte le cose che ci sono in programma oggi per la giornata di Longiano con Butor ho messo nel titolo solo l'intervista pubblica con la televisione svizzera che in fondo sono domande e risponte per un emittente di un paesino d'Oltralpe. Beh, può darsi, però a me l'idea di un intervistatore, direi un mattatore, come Antonio Ria che fa un'intervista non in studio ma in pubblico l'ho trovata molto bella. Soprattutto il fatto che sia in pubblico, in mezzo alla gente, non in studio.
Un amico mi ha mandato un sms dicendo perché scrivo che le ostriche di Cattolica "profumano del mareo dolce d'oriente" quando, D'Annunzio dixit, l'Adriatico è l'amarissimo. Sì. è vero, amarissimo perché poco salato, le ostriche però sono dolcissime. Il mare ha, invece, dolcezza propria di nostalgia.

La mostra fotografica di Marie-Jo Butor, la moglie di Michel, è una serie di immagini sospese, al soffitto, ma anche nel tempo, nello spazio di paesi lontani, Marocco, Etiopia, Egitto, New York e mura domestiche giapponesi. Colpiscono il colore, la quotidianità delle cose ritratte. Incredibilmente la semplicità di uno scatto da passeggiata si fa reportage. E con il commento scritto di Michel Butor diventa diario. Ecco, Escales visuelles, è un diario, per immagini e parole. Di due signori che hanno attraversato un secolo e sono arrivati all'essenza. Persino negli abiti: Michel Butor indossa sempre delle specie di salopette, pratiche, semplici, di jeans per la vita quotidiana, di stoffa scura per le grandi occasioni. Abiti che fanno impazzire qualunque amante della praticità, soprattutto quando si scopre sulla parte anteriore, la tasca su misura per il taccuino. Gente pratica, semplice, amica di altrettanti viaggiatori senza fronzoli: come si fa a non rimanere abbagliati dall'essenzialità del fotografo Mario Dondero che oggi ci ha raggiunti? Altro quasi ottuagenario, armato di giacca vissuta, di una vecchia Nikon, di un solo obiettivo, azzardiamo a memoria un 35 mm. Fine. Alla faccia di quelli che si portano dietro la casa per scattare immagini. Lui sì che fa bene a usare ancora la pellicola. E poi gli dareste gli anni che ha? Quando mi ha detto "sai che ho fatto il partigiano in val d'Ossola" quasi mi strozzavo...

Nella foto, scattata dall'ottenne Ludovico Marziani (l'unico che in virtù dell'età scatta in digitale), ci siamo io, Michel Butor e Marie-Jo e il fotografo Mario Dondero. Siamo al Podere Vecciano, alla conclusione di una degustazione di Pagadebit, Rebola e Sangiovese Vigna la Volta. "Un Sangiovese perfetto", dice Butor, in Italiano. si assaggiano i salumi delle colline romagnole e i formaggi di San Patrignano, si parla di Etiopia, di Burkina Faso, di Zimbawe, di Africa, di mondo, di scale mobili, dei bellissimi murales fatti dai contestatori sui pannelli che proteggevano il G8 di Evian.
Oggi, 15 settembre, la giornata più densa tra quelle romagnole: alla fondazione Tito Balestra di Longiano tra inaugurazioni di mostre e festeggiamenti ufficiali, da non perdere, alle 17,00, l'intervista pubblica di Antonio Ria della radio svizzera italiana. L'abbiamo incontrato a Milano, è uno che le domanze le sa fare, pertinenti, levigate, pungenti anche. Un vero mattatore. Non da meno ci aspettiamo le riposte di Butor.

Il prossimo appuntamento goloso del viaggio di Michel Butor è a Casteldimezzo, sul promontorio di Gabicce, al confine tra Marche e Romagna, domenica 16 settembre, a cena, al ristorante La Canonica, con il pesce dell'Adriatico (qui il menu). Con un po' (molta fortuna) ci saranno anche le ostriche di Cattolica, vera leccornia di questo lembo di mare. Ostriche piatte, profumate del mare dolce d'oriente.
Ho fatto delle prove di periodicità: meglio scrivere al mattino o alla sera? Finora ho aggiornato il diario del viaggio con Michel Butor la sera. Da oggi, anzi da domani, si cambia: blog di giornata entro mezzogiorno, prima di pranzo.

Bon anniversaire monsieur Butor! Oggi lo scrittore Michel Butor compie 81 anni, festeggiamo sulle colline riminesi. Mio figlio, Ludovico, si sta allenando da giorni, complice la sorella Giulia, a dire in perfetto francese con tanto di erre arrotata: bon anniversaire monsieur Butor!
Vediamo se poi avrà il coraggio di farlo. Intanto si brinderà con la Rebola Vigna la Ginestra, un vino bianco veramente impressionante. Nasce da un vitigno autoctono, la Rebola appunto, che alla fine del Settecento era considerato un bianco importante e conosciuto in Italia, decantato dall'abate Giovanni Antonio Battarra nella sua Pratica Agraria. Poi il silenzio, l'oblio, come per il Timorasso piemontese. Davide Bigucci, come Walter Massa per il Timorasso, sta mettendo testardaggine e passione nella sua Rebola. Il risultato è sorprendente, anche se la critica enologica guarda sempre da un'altra parte. A proposito di Walter Massa, mi piace segnalare che appena ha saputo dell'arrivo di Butor in Italia l'ha invitato in cantina, peccato non riuscire a passare. Cin cin! À la santé!

Lo scrivo sottovoce, ma lo scrivo. Michel Butor, uno dei maggiori scrittori francesi del Novecento, tra quelli viventi naturalmente, viene a fare un giro in Italia all’età di 81 anni. Assieme a incontri, presentazioni e conferenze, segue un percorso goloso, ovviamente limitato ai luoghi toccati dal suo viaggio, per entrare in contatto gustativo con alcune delle eccellenze gastronomiche italiane. Un francese. Già ci sarebbe da gridare al miracolo. In più il viaggio goloso di Butor viene anche raccontato da un blog, il mio, questo. Beh, un blog che rilancia la notizia? Un commentino? Un in bocca al lupo, monsieur Butor, si beva e si mangi il meglio dell’Italia? Ma dove sono i blogger gastronomici di fronte alla cultura? Di fronte a qualsiasi cosa si discosti dalla ricettina, dalla recensione sempre più simile a quelle delle guide o dal vinello del giorno? Oppure nessuno conosce Michel Butor perché non c’è nei programmi delle scuole medie e nemmeno in quelli delle televisioni?

Oggi riposo. Michel Butor è a Longiano, alla fondazione Balestra e si prepara al grand tour dei prossimi giorni. Non ho foto della conferenza stampa di ieri e neppure del pranzo da Nicola Cavallaro. Questi sono i limiti della pellicola, quella che il fotografo di questo viaggio, Daniele Ferroni, usa senza compromessi, in bianco e nero. Domani porto con me la fida Leica digitale e vedo di rimediare qualcosa, roba da poco, da mostrare qui. Per ora ci si accontenta di un'immagine d'autore ma di repertorio.
La grandiosità di Butor è nella semplicità, semplicità non banale. A caratterizzare il suo lavoro ci sono le collaborazioni con pittori, disegnatori, fotografi, non ultima la moglie Marie-Jo che inaugura domani, 14 settembre, alle ore 18, la mostra Escales visuelles a Portofolio in piazza a Savignano.

Perché tante collaborazioni?
"Faccio molti libri con diversi artisti perché amo molto gli artisti. Perché anche a me sarebbe piaciuto dipingere o fotografare, ma non l'ho fatto", dice Butor. "Collaboro con persone che prima cerco di conoscere a fondo. E che non siano ancora troppo note perché quando diventano famose non hanno più tempo. In sessant'anni ho lavorato con più di cento artisti, ognuno mi ha dato qualcosa, ma soprattutto ognuno di loro mi ha costretto a creare qualcosa di nuovo". Voilà, ecco il segreto della longevità, l'elisir di lunga vita: l'incontro con la creatività degli altri, di molti altri che costringe a non arrugginire, a non sedersi. Ed è tutt'altro che seduto questo ottuagenario che si augura lunghi viaggi e progetta il futuro come un ragazzino. Ma cosa serve uno scrittore come lui ad un pittore? A un fotografo?
"Quello che io scrivo, ad esempio quando accompagno una fotografia, non è una didascalia, ma soprattutto quello che gli autori non hanno visto in quella foto".

Domani, 14 settembre, è il compleanno di Butor, compie 81 anni. Auguri! Si festeggia con una degustazione tra amici all'azienda agricola Podere Vecciano (nella foto un particolare di una vigna), alle spalle di Rimini, nel Corianese, la "Montalcino di Romagna", lo stesso territorio di San Patrignano. "Je suis trés gourmand", dice ancora Butor. "Sono molto curioso della parte enogastronomica di questo viaggio. Amo molto la cucina italiana e il vino italiano che conosco molto poco". Aneddoti, battute, cose semplici di chi ha imparato a non complicarsi la vita, ma renderla piena e uno sguardo da buono, da nonno, da grand-père del secolo appena trascorso. Anzi, della parte migliore di quel secolo, quella da portare in questo.
Di Butor il romanzo L'Emploi du temps, l'impiego del tempo, è da molti considerato un vero e proprio capolavoro, senza mezze misure. Lo confesso, non l'ho letto, anche perché è difficile da trovare, Mondadori l'ha pubblicato nel 1960, ristampato l'ultima volta nel 1992 e poi sparito, o quasi. Anche a questo servono le biblioteche: a salvare la memoria dagli editori distratti.

Non è vero che è serioso, anzi, è assolutamente affascinante il viaggio di Butor in Italia, mi è venuto da chiamarlo così, serioso, solo per fare il verso alle occasioni golose. Sono le varie tappe dello scrittore francese in Italia. A partire dal 14 settembre quando sarà a Savignano sul Rubicone, vicino a Cesena, a Portfolio in piazza, dove c'è Escales visuelles, la mostra fotografica della moglie Marie-Jo, accompagnata da testi dello stesso Butor.

Il 15 settembre alla Fondazione Tito Balestra di Longiano, che promuove il viaggio con Butor (curato da Flaminio e Massimo Balestra assieme a Isabella Bordoni), ci sarà un'intervista pubblica condotta da Antonio Ria della Radio Svizzera Italiana, l'inaugurazione di alcune mostre dedicate al lavoro di Butor. Il 18 settembre, sempre a Longiano, al Teatro Petrella, lettura di testi poetici di Butor con musica di Henri Pousseur.
Il 19 settembre si va a Ravenna, al Museo d'arte della città per una conversazione sull'arte di Michel Butor e il 20 settembre a Bologna, al Festival del libro d'arte e alla mostra dedicata al rapporto tra Butor e l'artista francese Pierre Leloup.

Il 22 settembre si riparte alla volta di Pordenone dove si inaugura una mostra con Butor e Didier Grasiewicz, ma, soprattutto, c'è, a Pordenonelegge l'incontro di apertura del festival da titolo Che cosa si è modificato?. Il titolo dell'incontro fa il verso al titolo del libro forse più famoso di Butor, La modificazione.
Il 23 settembre si passa a Belluno, per l'incontro Tra libri e manoscritti e, il 25 settembre, gran finale all'Università di Trento con la conversazione dal titolo L'écriture nomade. Nomade, la scrittura, come lo scrittore, come questo viaggio. Iniziato oggi a Milano con la conferenza stampa di presentazione e l'ottimo pranzo, golosità della cucina povera del Veneto, realizzato dall'ottimo Nicola Cavallaro. Intanto la presidenza della Repubblica, quella italiana, ha mandato molti auguri per il viaggio di Michel Butor, migliora le relazioni tra Italia e Francia. Evviva.
Nella foto Michel Butor con la moglie Marie-Jo. Nelle altre immagini alcuni libri d'arte dello scrittore francese.
Stasera si parte alla volta di Lucinges, alta Savoia, si guida a turno, come nei viaggi veri. Siamo io, Flamino Balestra, suo fratello Massimo e il fotografo Daniele Ferroni che ho scoperto con non poco stupore che scatta solo con la pellicola, niente digitale. Da passatista novecentesco ho un moto di ammirazione, poi penso ai fotografi coi quali di solito lavoro e penso che no, è solo nostalgia. Comunque come scatta non importa, stanotte guida, quand'è il suo turno. All'alba suoneremo il campanello di casa Butor e faremo salire in auto Michel Butor e la moglie Marie-Jo, così staremo come sardine in una Fiat Ulysse noleggiata apposta perché avrebbe sette posti che a guardarli sono un po' da ginocchia nei denti. La cultura ha un prezzo, pagheremo con le giunture scricchiolanti. Arrivo previsto a Milano domani, 12 settembre, per le ore 11,30, ci si guarderà in giro, ci si stiracchieranno i muscoli e poi via, da Nicola Cavallaro, per la conferenza stampa delle ore 12,00 organizzata da Claudia Ratti. In pasto ai giornalisti e poi a tavola. Alle 13,30. Chi volesse unirsi a noi può farlo direttamente al ristorante.
Chi invece volesse sapere qualcosa di più su Michel Butor può ascoltare questa puntata di Fahrenheit dove si parla de La modificazione, romanzo del 1957 riproposto da Fandango nel 2006.

Bene, queste sono le tappe del viaggio goloso di Michel Butor in Italia. A tutte le occasioni è possibile partecipare, semplicemente prenotandosi nei diversi locali nei quali Butor è ospite.
Si parte il 12 settembre da Milano, dove Butor tiene una conferenza stampa alle ore 12,00 e poi si ferma a pranzo da Nicola Cavallaro che, per l’occasione, ritorna alle origini, a casa, rispolverando, con la consueta creatività, un menu a base di piatti veneti.
Il 14 settembre, degustazione di compleanno (Butor compie proprio quel giorno 81 anni) verso mezzogiorno, al Podere Vecciano, oggi una delle più interessanti cantine riminesi con vini incredibili come l’ottima Rebola Vigna la Ginestra, l’unico bianco importante di questo lembo di Romagna. L’incontro con i sapori di confine, tra Marche e Romagna, tra terra e mare, è previsto per domenica 16 settembre, a cena, al ristorante La Canonica di Casteldimezzo, nelle Marche, i piatti seguiranno la via del mare e della creatività. Qui il menu. Si chiamano “cene d’autore” e non “cene con l’autore”, quelle del viaggio di Butor perché sono scambi di saperi e di culture, tra l’autore Butor e gli interpreti delle cucine e dei sapori dei vari luoghi. Ed ecco che lunedì 17 è previsto l’incontro con i magnifici piatti del giovane chef Pier Giorgio Parini del ristorante Povero Diavolo di Torriana, nel Riminese. Qui il menu. Il viaggio goloso di Butor si conclude il 21 settembre, lungo il Po, insieme alla Strada dei vini e dei sapori delle Corti Reggiane e alla Provincia di Reggio Emilia, sulla motonave Stradivari, alla rada nel porto di Boretto, dove il menu si snoda lungo i sapori padani e fluviali, dal culatello di Zibello, al risotto all’anguilla, al mitico storione.
Nella foto Michel Butor ritratto da Maxime Godard.

Questo blog riapre ufficialmente oggi, per raccontare un nuovo viaggio. Un viaggio in diverse zone d'Italia che farò insieme a Michel Butor, alla moglie Marie-Jo e agli amici della Fondazione Tito Balestra di Longiano.
Butor non lo si può raccontare in poche righe. Nel senso che ogni volta che ci si prova, sfugge da qualche parte. Troppo facile dire che è un artista importante, uno scrittore, un autore, un poeta, un intellettuale francese; che porta con sé, inevitabilmente, il Novecento, attraverso il quale è passato. Michel Butor è “autore” in tante arti mescolate con tanti artisti, anche visivi. È scrittore importante e inquietante, sovvertitore di schemi letterari, esponente negli anni Cinquanta del Nouveau Roman francese che spingeva all’estremo l’indagine descrittiva intorno agli oggetti e alle cose dell’animo.
Oggi Michel Butor, ad 81 anni, è forse e soprattutto uno dei grandi testimoni artistici del suo secolo. La fondazione Tito Balestra di Longiano l’ha invitato ad una serie di mostre, incontri, conferenze che si snodano per l’Italia, e in particolare per la Romagna, dal 12 al 26 settembre. Bene, ci siamo chiesti, ma viaggiando che cosa mangia uno così? Le cose buone, ci siamo risposti. Che altro potrebbe mangiare? Da questa domanda è nata l’idea di creare un percorso gastronomico parallelo agli impegni di Butor, con la possibilità di mettere in tavola la cultura, quella di Michel Butor con quella dei territori italiani, almeno di quelli attraversati da questo viaggio. Così accompagnerò Butor a pranzo, a merenda, a cena, raccontando qui del suo viaggio. Ovviamente non solo di quello gastronomico.
I pranzi e le cene di Michel Butor sono aperti a tutti, nel senso che chiunque può venire allo stesso ristorante e mangiare con noi. La prima occasione è a Milano, dal sempre ottimo Nicola Cavallaro, il 12 settembre, a pranzo alle ore 13,30, con un menu che pesca nelle radici venete di Nicola: sopressa con polenta e funghi galletti, pasta e fagioli alla vicentina, faraona in peverada con tortino di radicchio e patate e strudel.
Nella foto in alto Michel Butor ritratto da Daniele Ferroni autore anche dell'immagine scattata nello studio di Butor a Lucinges in alta Savoia, da dove partirà il viaggio all'alba del 12 settembre. Qui sopra un'immagine di Nicola Cavallaro, il primo chef che ospiterà a pranzo Butor, scattata da Davide Dutto.
Qui è possibile scaricare il programma completo, in PDF, del viaggio in Italia di Michel Butor.