29.06.07

Che bella recensione

Due righe per segnalare la bella recensione di Martina Montauti a La trota ai tempi di Zorro apparsa su Lettera.com

Posted by mic.marziani at 11:09 | Comments (5)

07.06.07

Signori, si chiude

Appunti di Viaggio, questo blog, chiude. Non per sempre, ma almeno fino ad ottobre. Tornato dal mio viaggio lungo il Po non avrei tempo sufficiente da dedicare ai miei appunti: ho quattro libri da preparare, scrivere, consegnare.
Uno è proprio quello sulla civiltà fluviale e i sapori del Po per Guido Tommasi Editore.
Un altro è Ibleide (bel titolo, per ora provvisiorio ma speriamo definitivo), volume fotografico sulla poesia dell’olio di Sicilia, con immagini di Davide Dutto, un racconto molto bello di Lorenzo Piccione e la partecipazione straordinaria di Ciccio Sultano.
Un terzo è una guida ai sapori (e non solo a quelli...) del territorio di Mondaino, al confine da Marche e Romagna, visitato seguendo il percorso fissato dall’incredibile e dimenticato scrittore Fabio Tombari nei sui capolavori I Ghiottoni e Frusaglia.
Il quarto libro che conto di finire è il mio secondo romanzo.

Ovviamente sul blog saranno segnalati gli appuntamenti pubblici a cui dovessi partecipare da qui all’autunno. Per essere informati sugli aggiornamenti e sulla riapertura del blog basta iscriversi alla newsletter nello spazio qui a fianco, sotto ai libri, ai link e a tutto il resto.
Chi vuole può comunque scrivermi, all’indirizzo di sempre: michele@michelemarziani.org


Vi lascio in compagnia dell’estate, se arriva, e di una bella notizia. La mia amica Simona, in arte Simona B. Lenic (mi ha spiegato che nel mondo del fantasy si fa così, si usa spesso uno pseudonimo), sfida Harry Potter con Setalux un romanzo fantasy che ha per protagonisti degli adolescenti normali, senza bacchetta per intenderci. In realtà per Simona è il romanzo di esordio, ma la sua è un penna che sa giocare con la fantasia. Il romanzo devo ancora leggerlo, ma sono emozionato, so cosa vuol dire “partorire” il primo libro, guardarlo, vedere la copertina e dirsi, ma è proprio quello? È proprio mio? In bocca al lupo Simona!



Qui sotto, per i pigri come me che non hanno mai voglia di cercare, tutte in fila, dalla prima all’ultima, le puntate del mio (nostro, l'ho fatto assieme a Stefano Rossini) viaggio lungo il Po:

Filosofia

Prima della partenza

27 maggio 2007

28 maggio 2007

29 maggio 2007

30 maggio 2007

31 maggio 2007

1 giugno 2007

2 giugno 2007

3 giugno 2007

4 giugno 2007

5 giugno 2007

6 giugno 2007

Posted by mic.marziani at 13:13 | Comments (295)

06.06.07

Alla fine del viaggio sul Po


Monticelli d’Ongina, Piacenza. Suona la sirena che mette in allarme: si aprono le imponenti paratie della diga di Isola Serafini. Il Po è alto, troppo, e la diga scolma a valle tutta l’acqua che fino a ieri tratteneva avidamente. Il fiume cresce e qui è un altro fiume. Alla conca di Isola Serafini dove le barche dovrebbero superare la diga ma, il più delle volte ci riescono solo le canoe perché vengono portate a spalla, Alberto Gallina, conchista e meatore, ci porta in giro col motoscafo dell’Arni nel bacino a monte della diga.


Fiume ampio, largo, lento, con pesci che saltano, carpe che rumoreggiano in amore, uccelli acquatici e nutrie che si spartiscono le sponde, poi piccole lanche e la foce del Chiavenna, affluente di destra che passa accanto a quella che era la centrale nucleare di Caorso e crea meandri paludosi che ricordano i fiumi d’Indocina, almeno quelli visti al cinema nei film sul Vietnam. È un altro Po, quasi lacustre, dove si naviga ancora, dove è attraccata una draga del 1930 ottenuta dall’Austria come risarcimento della prima guerra mondiale, dove si possono osservare i papiri sulle sponde e in cielo aironi, svassi, gallinelle, garzette, fenicotteri, con un po’ di fortuna cavalieri d’Italia...


A raccontare il fiume c’è ancora Annibale Volpi, che lavorava alla conca prima di Gallini. È uno a cui il Po scorre nelle vene e a volte fa l’effetto del vino. Un bambino fluviale di quasi settant’anni che nel 1979 ha catturato una trota, sì proprio una trota, di 1,9 kg sotto lo sbarramento di Isola Serafini: “perché qui l’acqua cade e c’è la corrente, l’ossigeno che serve alle trote. E non era una mormorata scesa dall’Adda, era proprio una trota del Po...”


Sembra un’altra storia, un altro luogo, forse più simile all’affresco fluviale del pittore Giuseppe Malfanti che racconta la vita sul Po negli anni Cinquanta e sovrasta il salone della Trattoria Cattivelli, oggi chiusa per turno, ma aperta per noi, nel senso che Valentino Cattivelli e il genero Luca Castellani ci hanno invitato a pranzo, in casa, per raccontarci, tra una fetta di coppa piacentina e un’anguilla in umido con piselli e polenta, la storia dell’unica trattoria nell’unica isola abitata del Po. Anche questo è un altro fiume, un altro mondo. Ecco con cosa si torna a casa: con l’idea di un fiume che non è più padre né madre, come in passato, ma compagno d’avventura di chi ancora vive lungo le sponde. Sono gli uomini a costruire l’avventura, la poesia, in disastro, l’abbandono, la meraviglia e il degrado. Il fiume c’è, non si tira indietro, ci mette del suo, ci mette la bellezza, la maestosità della natura, l’odore dell’acqua che è vita, ma anche fatica, ma riempie comunque, sempre, le narici di un’intensità indelebile, che resta per chiunque è passato di qui. Puzza, olezzo, profumo, dipende dal naso, dal cuore, da come si sente la vita.


Undici giorni di viaggio: quasi trecento chilometri percorsi con tutti i mezzi, a partire dalla mitica pilotina Random fino al treno, regionale, da Monticelli d’Ongina a Piacenza, raggiunto sotto la pioggia con le biciclette caricate sul furgone della trattoria Cattivelli. Dal Delta a Caorso, più o meno, per dare un sguardo al Grande Fiume, a chi lo abita, ai sapori che sono nati intorno al Po. Una decina di taniche di benzina sudate dagli argini alle statali, pioggia battente e solo cocente, freddo, caldo da disidratarsi, decine e decine di litri d’acqua da bere e migliaia di metri cubi, sempre d’acqua, da attraversare, una carta di credito e un bancomat mangiati da un distributore automatico, sudore a ettolitri... Amici tanti, che abbiamo incontrato e che ci hanno sostenuto con i mezzi e con l’appoggio logistico da casa. A tutti dobbiamo un pezzo di questo viaggio. I nomi, a parte l’associazione Random di Pizzighettone che ci ha sostenuto con la barca, non servono, chi c’era lo sa: grazie!


Posted by mic.marziani at 17:29 | Comments (5)

05.06.07

Cremona capitale del Po


Pieve San Giacomo, Cremona. Annibale Volpi, classe 1938, ex conchista e meatore di Isola Serafini, è forse la memoria più storica del Po cremonese che siamo riusciti a incontrare. Ne parla come si fa dei figlioli, dei loro successi nello studio e nel lavoro, delle difficoltà, dei rischi che la vita fa correre loro. A Cremona il Po mostra i muscoli di un corpo sano, di un fiume che è tutt’uno con la città, caso unico da Delta fin quassù. Sulle sponde ci sono bar, ristoranti, circoli di motonautica, storici circoli dei canottieri, roba da tremila, quattromila, soci paganti dove ci sono campi da tennis, palestre, scuole di canottaggio, centro estivo per bambini. Un mondo. Vistiamo la perla di questo mondo, il circolo canottieri intitolato a Leonida Bissolati, non a casa socialista. Cremona è, per attenzione, amore e frequentazione, la capitale del Grande Fiume, quello che ci siamo aspettati ovunque e qui l’abbiamo trovato. Acqua vissuta, che aggrega, racconta, fa parte del tessuto cittadino. Il Po a Cremona è signore tra i signori, è fiume rispettato, onorato, in qualche modo persino idealizzato.

In bicicletta ci si avventura dei dintorni alla ricerca dei prodotti tradizionali. Anzitutto il torrone che assieme al torrazzo (il campanile del duomo) e alle tette (di cui sono orgogliose le donne locali e, immagino, pure gli uomini) fanno di Cremona la città delle tre ti. A Vescovado troviamo Massimo Rivoltini, titolare assieme ai fratelli Marina e Cristiano, dell piccola industria (o grande bottega artigiana?) che fra integratori alimentari di ogni genere produce, con orgoglio, in mezzo a tante altre cose, con miele italiano e argentino () il vero torrone di Cremona, quello che ha la consistenza del vetro e si rompe se sbatte a qualsiasi superficie dura... Il torrone per il quale ci vogliono i denti.

Poi raggiungiamo Cicognolo dove si trovano Diego e Luisa Luccini, fratello e sorella, produttori di mostarde tradizionali, quelle che non sono belle come la frutta colorata dell’industria, ma sanno di frutta, fanno sentire il piacere della senape e il profumo della materia prima. Da perdersi. E ci siamo persi. Ritrovando alla fine la vecchia via Postumia che ci riporta a Cremona. Cena all’osteria la Sosta di Cremona con un culatello di 20 mesi che fa venire la pelle d’oca prodotto da Caretti e vari piatti di cucina cremonese. Adesso il sonno ha il sopravvento su tutto. Domani il nostro viaggio finisce: Isola Serafini e Piacenza sono le tappe. Un abbraccio ai ragazzi di Random a Pizzighettone e a Giovanni del Birrificio Lodigiano per il sostegno al nostro viaggio.


Posted by mic.marziani at 20:12 | Comments (7)

04.06.07

E le automobili distrussero il fiume



Cremona. Siamo arrivati quasi in fondo. Grazie a tutte le persone che ci hanno dato una mano lungo questo viaggio tra fiume e anima, alla scoperta anche inconsapevole di cosa c’è sotto alla crosta della Padania. Scivolando in bicicletta sul ponte di ferro che collega la sponda piacentina a Cremona mi sono passati davanti agli occhi quasi dieci giorni di Po, lunghi di contraddizioni, nei paesaggi, negli uomini e nelle donne, nei sapori, nei sogni che qui sono nati e in quelli che sono annegati col passare del tempo. Sotto al ponte il fiume gonfio d’acqua, tanta, muscoloso e potente. L’acqua che ci ha impedito, marinai improvvisati, di terminare il viaggio con la pilotina Random, la barca che con amicizia e fatica ci è stata messa a disposizione dall’associazione culturale Random di Pizzigghettone, un gruppo di persone che più di altre hanno capito il senso di questo viaggio: in barca, in bicicletta, a piedi, in treno, come torneremo in quel di Rimini dopodomani sera, dopo aver setacciato Cremona, i suoi dintorni e Isola Serafini, una sorta di enclave di terra circondata dal fiume che rappresenta il punto più a monte della nostra ricerca, dove il Po riceve le acque dell’Adda (questo è il legame culturale più forte di Pizzighettone, che sta sull’Adda, con il Po e con il nostro viaggio).


Beh, sul ponte di ferro mi sono girato e dietro ho visto la storia, la civiltà fluviale scomparire senza neppure accorgersi, cancellata dalle promesse non mantenute della modernità, dall’avvento della ruota, come dice Massimo Spigaroli, produttore di Culatello di Zibello e custode di una fluvialità antica, resa attuale, vissuta con consapevolezza contemporanea. Quando si dice che la cultura passa, anche, attraverso la tavola, l’agricoltura, le produzioni territoriali, io intendo questo: uomini consapevoli della propria storia e del proprio ruolo nell’immaginare un mondo migliore, nel senso che piace di più a chi lo persegue e lo propone, ma anche nel senso che può essere migliore per tutti. Massimo ci ha dato questa lettura: il fiume ha iniziato a morire quando si sono cominciate a trasportare le cose lungo le strade, quando sono arrivate le auto. Certo, hanno dato una mano l’industrializzazione, l’inquinamento, il mito della città e del lavoro sicuro, ma la colpa è delle auto. È cambiato il punto di vista: si è cominciato a guardare alla strada e non più al fiume.


E oggi? E domani? Riuscire a dare un senso a quello che è rimasto, ai luoghi, all’ambiente, alla natura, un valore all’agricoltura autentica, buona, ai grandi prodotti che nascono dal fiume e dal clima come il Culatello di Zibello. Ne abbiamo assaggiato uno di maiale nero parmigiano stagionato 29 mesi dal sapore che sembrava una passeggiata nella golena dopo la pioggia, dal profumo del tempo che muta, della nebbia d’inverno, dell’afa che addensa l’aria d’estate... Tutto in una fetta di maiale ricca della dolcezza del tempo. Eccolo il miracolo del fiume che ha salvato angoli da raccontare, luoghi e sapori per viaggiatori alla ricerca di un altro punto di vista, sul mondo. Viaggiatori fluviali, navigatori, ciclisti. Viaggiatori, non turisti.

In bicicletta è come in barca. Gli strumenti redatti con tanta prosopopea sono inutili. Come le carte nautiche segnalano approdi e distributori fantasma, le cartine delle piste ciclabili sono poco chiare, in alcuni casi approssimative e spacciano per ciclabili delle specie di camionabili arginali senza alcuna manutenzione. La segnaletica? Soprassediamo. Il fiume, il viaggio, in barca, in bicicletta, spesso (non sempre, non dappertutto) è una grande e solitaria bugia, da strombazzare ai convegni, da vendere in campagna elettorale. Cercando di seguire l’argine piacentino, perdendomi tra le belle ciliegie di Villanova d’Arda, mi sono chiesto se chi realizza le cartine delle ciclabili regionali sia mai andato in bicicletta e se ci sia andato lungo le strade che ha disegnato. Sembra di vivere in un mondo per sentito dire.

“La in fondo erano i pioppi e il grande fiume e, nel cielo immenso, c’erano tutte le mie favole”, questo è il Po del Mondo Piccolo di Giovannino Guareschi. Non importa se antiche e moderne, ma su queste acque scorrono le favole, quelle che in questi giorni abbiamo saputo disegnare, raccogliere, raccontare forse. Il ponte di ferro ci ha portati a Cremona.


Adesso, a Cremona, occorre trovare il modo di riportarci anche Random, la barca, ma questa è un’altra storia. E Stefano Rossini? Potete leggerlo qui in una interpretazione che strappa ben più di un sorriso, o guardarlo in questo scontro tra titani della musica: Verdi versus Rossini, nella piazza di Busseto, paesino parmigiano che vive nel culto del musicista (come Gualtieri del pittore Ligabue e Brescello dei film di don Camillo e Peppone...).


Posted by mic.marziani at 22:43 | Comments (142)

03.06.07

Emilia is better


Busseto, Parma. Giulia, mia figlia, è andata in giro a lungo con una bella maglia con la scritta: “Io vivo in Emilia Romagna”. Era una scritta orgogliosa. Non è campanilismo. E nemmeno retorica: sulla sponda destra del Po (le rive di un fiume si definiscono con le spalle alla sorgente e lo sguardo al mare), in Emilia, in questa Emilia tra Reggio e Parma, si sente di stare in una regione più viva e più vissuta. Un luogo dove le contraddizioni possono armonizzarsi, dove è normale, rientrando la sera sentire dibattiti in dialetto e in qualche lingua africana, tutti portati avanti con grande pacatezza. Qui le biciclette non le rubano. Tra Mantova e Rovigo consigliavano lucchetti e catene, tra Reggio e Parma ti dicono chiaro che nessuno tocca nulla. Vero o falso che sia si sta bene in questo chiacchierare emiliano di grandi parmigiano reggiano e di aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia.


Persino le vicissitudini quotidiane, quelle cose noiose che una volta superate si possono pure non raccontare, sembrano più leggere quando cominci a respirare il profumo di tigli che conduce al centro di Busseto, capitale verdiana, ovvero dedicata al musicista, anzi al maestro, Giuseppe Verdi: “Il maestro è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà...” Qui la Padania è silenziosa e ordinata, le lucciole sono quelle che si accendono e spengono a intermittenza. Cicale e civette lontane dicono che è bello scrivere sulla veranda. Oggi è domenica e il racconto si ferma qui. Sono così stanco che gli occhi si chiudono e mi sento trasformare in un animale mitologico, un po’ anguilla un po’ maiale, un po’ vacca frisona, un po’ pesce gatto... Un po’ di riposo mi chiama. Domani si va avanti, a pedali. Prima tappa, dietro l’angolo: Polesine Parmense, alla ricerca del culatello, quello buono.

Nelle foto, di Stefano Rossini, ci sono io, in alto, tra le migliaia di forme di Parmigiano Reggiano che stagionano nel Caseificio Sociale Castellazzo fondato nel 1900 a Campagnola Emilia. Sopra il giovane Andrea Bezzecchi tra il suo aceto balsamico tradizionale di Reggio.


Posted by mic.marziani at 23:47 | Comments (130)

La festa della Repubblica, le rane turche e Antonio Ligabue


Guastalla, Reggio Emilia. Anche se scrivo all’una di notte oggi è ancora il 2 giugno, la festa della Repubblica. Nonno Tommaso Marziani, classe 1891, capostazione socialista, per età tra quelli che la Repubblica l’hanno voluta e costruita col loro lavoro, sarebbe morto di crepacuore di fronte alla desolazione della stazione di Pegognaga, linea Ferrara-Suzzara, che definire squallida e fatiscente è come farle un complimento. Un senso di vuoto ti esplode tra la sporcizia, le oscenità scritte sui muri e sui sedili, la sala d’attesa dalle mura scrostate, il laconico e malinconico scorrere delle comunicazioni appese, degli orari cadenti. Inutile dire che i treni passano di tanto in tanto, molto in tanto: vecchie motrici su unici binari che trasportano un mondo che si muove con passi di una provincia che non sempre affascina.


Abbiamo lasciato anche le bici, a venti chilometri dalla barca. Piove sempre. Ma questo non ci ha impedito di pranzare sull’Enza, quasi alla confluenza con il Po, in una vecchia osteria fluviale, la trattoria Lido Enza, con tanto di cannucce alle pareti, proprio come un vecchio capanno. Cappelletti, lasagne, tortelli, tutto nel segno della migliore tradizione e poi il fritto di fiume: rane, pesci gatto e pescetti che chiamano psola. Anche qui le rane vengono dalla Turchia e il resto dal lago Trasimeno in Umbria. È bello però leggere la frase forse più famosa di Luigi Veronelli: “il peggior vino del contadino e meglio di qualsiasi vino dell’industria”. E i Lambrusco proposti sono tutti fermentanti in bottiglia, una addirittura è fatto con l’uva Fogarina, quella della canzoncina.


Brescello è un paese che vive sul mito di don Camillo e Peppone, non proprio dei personaggi dello scrittore Giovannino Guareschi, ma dei film con Fernandel e Gino Cervi. Dalla torta di Peppone (ovviamente rossa), alle statue dei due attori nella piazza principale, fino al museo gestito dalla pro loco tutto riporta alle vecchie pellicole con prete in tonaca e il sindaco coi baffoni. Persino Luigi Comencini ne ha girato uno di questi film: “Il compagno don Camillo”. Manifesti in bianco e nero che fanno il paio con il marchio storico, bellissimo, della golosa Spongata Benelli, dolce ripieno di noci, mandorle, uvetta e spezie prodotto con la stessa gustosa ricetta dal 1863.


A Gualtieri, invece, vivono di un altro mito, mal sopportato in vita: Ligabue, Antonio, il pittore. Quello che a lungo è stato definito naif e adesso tutti considerano un “espressionista tragico”. Pittore di golena e di pazzia che quando raggiunge la notorietà e un poco di benessere investe i soldi in moto Guzzi ed automobili. Le ama tanto, le auto, che qui si racconta che licenziò l’autista: ingrassato e Ligabue temeva potesse sfondare i sedili della macchina. Con le moto girava per Gualtieri con i quadri appesi sulla schiena, in piazza, a mostrare a tutti di cosa era capace. È forse la personalità più potente che si sente emergere da questa golena piovosa, dove il fiume e la natura sono tante cose, a volte dure, selvagge, selvatiche, contraddittorie.
Cena nel porto di Boretto, sulla motonave Stradivari gestita da Giuliano Landini, campione mondiale di motonautica negli Ottanta e Novanta. Cucina legata al fiume e al territorio: su tutto l’impareggiabile risotto all’anguilla affumicata, fumo e serpente di mare avvinghiati attorno al vialone nano, esplosione gustativa con il naso alla cucina del nord Europa e lo sgranarsi del riso veronese. Un piatto che da solo vale il viaggio.

Domani, 3 giugno, andiamo a caccia di aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia e di altre atmosfere padane, poi risaliamo il fiume, con tutti i mezzi possibili, fino alle terre del culatello.

Se vuoi leggere questo viaggio visto da Stefano Rossini clicca qui.


Posted by mic.marziani at 01:20 | Comments (129)

01.06.07

Da domani in bicicletta, sull’argine


Correggio Micheli, Mantova. C’è un posto migliore di uno che si chiama come te – come noi: Micheli – per lasciare una barca? No, un nome, un destino. La pilotina Random si ferma a Correggio Micheli, dove il 23 aprile del 1945 gli americani riuscirono ad attraversare il Po sui gommoni d’assalto lasciando un buon numero di caduti sotto l’artiglieria tedesca. Due giorni prima della fine della guerra e di Milano liberata dai partigiani. È sempre strano vedere da dove passa la storia.
Random, la barca, è legata con due cime e altrettanti nodi che oggi sappiamo fare bene nella darsena del porto turistico fluviale Lauro Zampolli, l’unico luogo che abbiamo incontrato, finora, dove ci sono servizi (attracco comodo e sicuro benzina, camere spartane ma accessibili, un piccolo bar...) e persone che amano il fiume e ne hanno saputo fare un lavoro. Il Po mostra i muscoli, la potenza, l’impeto. La pioggia scroscia, il vento taglia. Sta arrivando l’acqua dalle burrasche del nord. Impossibile muoversi, almeno fino a martedì. Consultazione veloce con Stefano Rossini e responso sofferto: via dalla barca. Ma il viaggio continua: troppo fiume ancora da vedere, persone da incontrare, luoghi da comprendere... Come? In bicicletta, tempo permettendo. Domattina partenza all’alba, direzione Boretto, pista ciclabile lungo l’argine destro. Verso l’Emilia. Se la pioggia lo consente. Sennò biciclette in stazione e avanti con il vecchio treno delle linee secondarie. Insomma, a Cremona ci arriviamo. Peccato per la barca, per il fiume, per quello che insegna navigare.


Una tra le cose che si imparano vedendo il mondo dall’acqua è che c’è sempre un punto di vista diverso, una via di fuga dell’occhio, un modo altro di pensare. Adesso mangiamo, spesso e bene, seguendo i percorsi di sapori che sono tipici. Tipici di cosa? Si fa ancora il pesce di fiume: quelli che lo scelgono al meglio, che non lo importano congelato dall’Egitto, comprano anguille a Comacchio, lucci in Ungheria, storioni negli allevamenti del Bresciano, persici nel lago di Garda e pesci gatti sul lago Trasimeno. Cosa è rimasto del fiume dove i pesci gatto erano prelibatezze da prender la sera andando a casa dopo il lavoro? Due canne o un semplice retino per arrivare con due pesci per cena. Però ci sono luoghi dove la cucina cerca di rimanere vicina al territorio, all’idea dei sapori locali. È il caso del ristorante L’impronta di San Benedetto Po dove con il Rosso del Vicariato, bel Lambrusco della cantina di Quistello, innaffiamo il sorbir d’aglio, il brodo con gli anoli di carne che prelude a pantagrueliche mangiate. Prepara lo stomaco alla rinascimentale anguilla fritta con la cipolla rossa e le zucchine all’aceto, al salame mantovano con la polenta e il profumato lardo pistà, ai superlativi tortelli con la zucca (qui davvero eccelsi), alle tagliatelle col sugo di costine insaporito al ginepro. Poi parmigiano reggiano (qui siamo nell’Oltrepò mantovano, si fa questo non il grana padano come nel resto della provincia), mostarda di pere kaiser caramellate, composta di pomodori verdi, torta sbrisolona... Ce n’è di che perdersi e infatti ci perdiamo in chiacchiere con Matteo Alfonsi, il cuoco, e dopo, in piazza, con i vecchietti del paese: a sentir loro il Po era, era, era... Un pezzo di gioventù, pensiamo noi.


San Benedetto Po è luogo di bonifica millenaria portata avanti dai frati della città monastero di Polirone. Una storia a cavallo con quella dell’ordine benedettino. Ora et labora, dove il lavoro più importante era quello dei copisti, degli amanuensi, l’unica mansione che dava diritto ad accedere ogni volta che si desiderava alla camera del fuoco, solo luogo riscaldato, in inverno, di questo complesso che affascina, stupisce, rapisce, conduce lontano nel tempo, fa vagare i pensieri tra sacro e profano, aiutati dalla competenza estrema della nostra guida: Giovanna Gazzotti, stagista all’ufficio turistico, bravissima (nella foto sotto, sempre scattata dall’indomito Stefano Rossini). Ci inchioda tra chiese e refettori, capitelli, capitolo, navate, chiostri, arcate, giardini di spezie per speziali, angoli di piante dimenticate. C’è pure il posto per il tulipano del Po, fiore raro, rarissimo, fugace apparizione di pochi giorni l’anno. Quasi come il salame cotto sotto la cenere, specialità praticamente dimenticata, tenuta in vita dalla passione di Davide Nigrelli, che di mestiere non si occupa di salami ma è il presidente del comitato che gestisce il millenario dell’abbazia, fondata nel 1007 in una pianura padana che era bosco di farnie e faggi (tanti boschi che il santo venerato, San Simone è raffigurato sempre con una cerva) immersa tra tre fiumi: due, i più importanti, il Po e il Lirone, sono stati l’oggetto della bonifica monastica e del nome del monastero, Polirone, appunto. Da perdersi in un bagno di passato. Anche più recente: a fianco del monastero c’è la ciminiera, intatta, dell’antico bottonificio. Fa il paio con le foto anni Cinquanta del caseificio che abbiamo visto ieri. Oggetti e cibi avevano valori oggi scomparsi. Nemmeno più si sa dove si fanno oggi i bottoni. Un tempo a San Benedetto Po, con tanto di fabbrica e ciminiera.

Qui si può leggere l’altro blog che racconta questo viaggio: il blog di Stefano Rossini.

Posted by mic.marziani at 23:21 | Comments (82)

Evviva! L'Arni risponde

La differenza, probabilmente, passa attraverso chi risponde al telefono. Oggi, al contrario di ieri, all'Arni ci hanno dato informazioni, numeri di riferimento, notizie e rassicurazioni. Siamo contenti perché li abbiamo visti all'opera sul fiume e sappiamo che si danno un gran da fare.

Posted by mic.marziani at 09:23 | Comments (8)