Di fronte alla tragedia del Sudest asiatico ogni parola, anche la migliore, suona stonata.
Credo che l'esempio del sito di Apple valga per tutti: c'è un pezzo di mondo che ha bisogno anche di noi.

I Colli Euganei me li ricordo da bambino, ai tempi in cui i miei nonni abitavano a Padova. Erano luoghi dove si andavano a vedere le terme di cui si favoleggiavano i miracoli per la salute: Abano Terme, Battaglia Terme, Montegrotto Terme... posti più famosi per l'acqua che per il vino. Ho poi due amici padovani appassionati del nettare di Bacco. Uno taglia corto: "con tutti i vini buoni che ci sono in giro per Veneto e Friuli cosa vuoi trovar di buono intorno a Padova?" L'altro invece sostiene con forza la bontà di certe bottiglie prodotte sui Colli Euganei. Buoni o cattivi si tratta comunque di vini ignoti, nessuna bottiglia mi era mai capitata tra le mani fino all'incontro con il Godimondo 2002, fresco, balsamico ed erbaceo Cabernet Franc prodotto dal conte Giordano Emo Capodilista nella sua tenuta La Montecchia. Vino rosso di tradizione, ma anche di piacevole modernità è vino di beva eccellente. Ottimo pure sul pesce.
Ma dove i vini dei conti Emo Capodilista ci hanno conquistato in dolcezza e pulizia è stato nel Fior d'Arancio Passito 2002, un moscato giallo le cui evidenti note d'agrumi hanno impreziosito un blocco di foie gras d'anatra che, da solo, era già un pezzo di paradiso. Un vino davvero unico questo Fior d'Arancio, nato su pendici vulcaniche dei Colli Euganei, dolce, meditabondo, per nulla stucchevole e meno che meno eccessivo in zuccheri ed alcol. Chapeau!
Qui si possono trovare notizie sul genocidio del popolo armeno e sulle campagne per il suo riconoscimento. Qui si può mettere una firma.
La mia posizione e quella di Mimmo Lombezzi è quella espressa l'altro giorno: per entrare in Europa la Turchia riconosca la propria storia.

Auguri di buon Natale a Natale Forlani che sulle colline tra Marche e Romagna produce uno splendido olio extravergine d'oliva e quando lo premiano si commuove...
A tutti gli altri un abbraccio e un sorriso ;-)
Due cose sulla Turchia e l'Europa. Una è scontata: i turchi, intesi come cittadini della Turchia, in Europa ci sono già, eccome. Ci sono arrivati cercando lavoro e qualità della vita e hanno mescolato un pezzo del loro paese con il cuore del Vecchio Continente. Basta girare per la Germania, fermarsi in un caffé a Kreuzberg, il quartiere di Berlino lungo Oranienstrasse, per capire che la Turchia della gente è già in Europa.
Basta però sollevare un velo sul Novecento per dire, al contrario, che la Turchia deve fare ancora qualche conto non economico, ma con la storia per poter entrare in un'Unione Europea che non sia solo un mercato. La questione è quella del genocidio del popolo Armeno: aleno un milione di persone uccise nel peggiore dei modi dai turchi all'inizio del Novecento e considerate ad Ankara un vero e proprio tabù.
Concordo con quanto scrive Mimmo Lombezzi, sul weblog dedicato alla Libertà di stampa. La questione armena non è un no dal sapore leghista alla Turchia, è un conto che un popolo deve fare con la propria storia.
Per questo assieme a Mimmo Lombezzi, vorremmo lanciare un appello: che la Turchia non possa entrare in Europa né altrove sino al giorno in cui non riconoscerà il primo genocidio del Novecento. E' un appello in nome della memoria, in nome di centinia di migliaia di bambini portati a morire nel deserto al confine con la Siria, in nome di migliaia di donne violentate a morte dalle truppe Turche.
Non so organizzare una raccolta di firme on line, ma chi è d'accordo, firmi qui sotto, nei commenti, con nome e cognome.
La foto mostra una fossa per seppellire i morti del massacro di Erzerum del 30 ottobre 1895.
Altre immagini, ben peggiori, si possono vedere qui.
Il primo gennaio 2005 finisce il servizio di leva obbligatorio. Niente più naja, niente più nonnismo, niente più mesi passati lontani da casa ad imparare inutili discipline, a non trovare morose, a lamentarsi delle cucine militari... Niente più tempo rubato alla vita e speso inutilmente a "servire la patria". Io ho fatto l'obiettore di coscienza ma il senso d'inutilità del tempo rubato è stato lo stesso... Il 10 gennaio entrerà invece in vigore il divieto di fumarti in faccia mentre prendi il caffé o mangi al ristorante. Finalmente si potrà passare il tempo a tavola senza le puzze delle sigarette. Non ho niente contro il fumo, ho fumato per più di vent'anni, ma credo che sia incompatibile con la buona cucina o semplicente con un buon caffé... L'Italia del terzo millennio non è il luogo migliore in cui vivere, ma senza leva e senza fumo nei ristoranti magari si può stare un po' meglio.
Da vedere, per sorridere, magari amaro, ma comunque sorridere.
Nelle ultime settimane ho assaggiato una sfilza incredibile di vini corposi, pieni, più o meno cupi, abbastanza profumanti, sufficientemente piacevoli in bocca. Bottiglie di ogni angolo d'Italia, dalla Sicilia al Piemonte, dal Veneto alla Romagna, dalla Toscana all'Abruzzo. Vini discreti, intediamoci, ma tutti uguali, pieni zeppi di legno, odorosi di vaniglia e di spezie, saporosi dei sentori della barrique, della botticella di rovere francese che ha ridotto tante cantine a succursali del falegname. No, non più quelle barrique dure e mal usate del recente passato. Oggi si sentono legni dolci per vini morbidi, ma nessun vino si distingue più. tutti signori vestiti a festa, ricchi, sin troppo, di alcol e tannini. Cambiano i nomi - Nero d'Avola, Sangiovese, Amarone, Barbera, Rosso di qui, Rosso di là... - ma poco sostanza, profumi e piacevolezza. E in più me li trovo pure recensiti come grandi vini a destra e a manca. Allora bisogna pur che qualcuno lo dica: non se ne può più, sono vini noiosi, sutcchevoli, inutili... Viva il Nero d'Avola in acciaio che sarà sgraziato ma sa di Sicilia, viva il Sangiovese del contadino, viva, soprattutto il grande, grandissimo, stupefacente Carema Riserva 1999 della Cantina produttori di Carema. Un vino a base di Nebbiolo, strappato alla montagna al confine tra Piemonte e Val d'Aosta, affinato con calma e a lungo nelle botti grandi, quelle non invasive della tradizione italiana. Giusti gradi alcolici, stoffa da vendere, profumi da grande orchestra: frutti di bosco, lamponi, rosa appassita, caffé e tant'altro in un tripudio varietale indimenticabile. Alla faccia di tutti i vini doopati nel legno usato male. Viva le vigne, abbasso i falegnami.

Ogni immagine è un punto di vista. Un lampo. Un pensiero. Fin troppo semplice da dire: uno scatto. Insieme sono tasseli che percorrono le montagne della Provincia Granda, le uniscono, ne compongono un puzzle dal respiro profondo, alto, sospeso sulle vette alpine come tra le colline di Langa. Un disegno che respira, dove l’uomo, la vita, la quotidianità, la bellezza, la fatica, l’immenso si intravedono, si immaginano al di là di quello che mostrano le fotografie. Scatti non di un professionista (che pure Davide Dutto, un bravo professionista lo è, eccome), ma di un poeta, di un maneggiatore di macchine fotografiche e obiettivi, che guarda con l’anima alle montagne del suo territorio, al Monviso, all’Argentera, al massiccio del Marguareis... Un percorso lungo le Alpi d’occidente, tra le Liguri, le Marittime, le Cozie, tra monti quasi segreti, custoditi gelosamente nel tempo e mostrati a Cuneo, dal 16 dicembre in avanti, lungo i portici di corso Nizza, in un percorso che non costringe, ma abbraccia. Accoglie quasi per caso il visitatore che passa tra le bancarelle natalizie e lo conduce per mano attraverso venti scatti che respirano di montagna, d’infinito, di casa anche. Perché la montagna, nella provincia di Cuneo, è un pezzo di casa.
La mostra si intitola Montagne: Immagini della provincia di Cuneo ed è una selezione fatta tra cinquanta fotografie che la Provincia di Cuneo ha commissionato a Davide Dutto chiedendogli non cartoline, ma sogni, ancorati tra le nevi e le cime alpine. Sul confine tra la terra e il cielo.

A Chiaramonte Gulfi, sui monti Iblei, fanno l'olio buono con un'oliva, la tonda iblea, che è un'esplosione di profumi vegetali e nasce da ulivi antichi e grandi che qui chiamano "saraceni". Nella tenuta di Lorenzo Piccione, che l'olio lo fa buonissimo, ho visto fabbricare in un paiolo il sapone con l'extravergine d'oliva (che sciccheria, alta cosmesi di quella vera...), ho scoperto l'esistenza di torrenti con trote macrostigma e goduto di un ambiente unico al mondo, dove la serenità del vivere e sospesa tra ulivi, limoni e melegrane... Da non sembrare neppure vero.

Eppure qui, in questo pezzo di Sicilia a sud di Tunisi, sono vere delle cose impensabili altrove. Anche gli chef sognatori. In una cittadina che è una bomboniera - Ragusa Ibla - c'è un cuoco il cui nome è già una favola da mille e una notte: Ciccio Sultano. Non so come mangino i comuni mortali al suo cospetto, so di me, infilato ad un tavolo di partecipanti a un convegno sull'olio, impegnato a seguire il percorso di un menù dedicato all'extravergine di Chiaramonte Gulfi. Mi sono trovato immerso in un locale dall'atmosfera suadente e dai piatti intriganti, ruffiani pure, a volte, ma sempre con un fondo di sicilianità, di terra, d'acqua, di mare. Un legame saldo, forte come le braccia di Ciccio Sultano, con la Sicilia e i suoi prodotti migliori.

Al ristorante Duomo, così si chiama il locale, si gioca coi sapori, ma al tavolo delle delizie si porta solo il meglio. In un percorso che profuma del passaggio degli arabi in Sicilia e della vita di Ciccio Sultano in ristoranti di fama di New York. Sembra la versione felice di Big Night questo tempio dei sapori che vede passare in successione, tra i pani e i grissini di casa, un tortinello paradisiaco di dentice e totano con succo di senape selvatica, un cucchiaio sapidissimo di caviale iraniano con ricotta e miele di corbezzolo assieme ad un cucchiaio, un altro, di ricciola affumicata con arancia e pistacchio. E poi, meraviglia per golosi, lo scorfano con foie gras di anatra e salsa di mandorla. Il "caffé macchiato" con ostrica, dove il sapore del mare perdona la presentazione nella tazzina che si vedeva che era lì per stupire. Amabile la fritturina di pesce in cartoccio di carta paglia, piacevoli gli spaghetti freschi, fatti in casa, con tartara di alici e bottarga di tonno e succo di carota. Ma dove Ciccio Sultano sa colpire di carezze e sapori del passato è negli spaghetti neri con salsa di scampi e trippe, grande espressione di un cuoco in bilico tra la Sicilia e il mondo. Buona, buonissima, la ventresca di tonno al carbone con tortino di cipollata su estratto di pistacchi e salsa di carne. C'è, per finire, un gusto un po' barocco, molto ragusano, gustoso e glorioso, nei dolci: sorbetto al mandarancio con piccolo cannolo siciliano, zuppa di fichi d'India e piccola intrigante pasticceria. Nella selezione di vini siciliani ricordo con affetto il rosso Cerasuolo di Vittoria Maskarìa 2003 dell'azienda Terre di Giurfo, il cui casale rurale sovrasta le vigne, come sospeso in altri tempi, lungo la strada che da Catania conduce ai monti Iblei.
Nelle foto del bravo Davide Dutto, in successione: un ulivo "saraceno", io che assaggio vini in questo angolo grandioso di Sicilia e lo chef Ciccio Sultano nei suo ristorante Duomo a Ragusa Ibla.
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Che ampia beva, che sorsate di Sardegna in questo profumato SerraLori 2003 che non è vino rosso ma definirlo rosato sarebbe come sminuirlo. Ha il colore di certi vini bevuti sull'isola nelle cantine migliori, quelle di chi cura la vigna come un figlio... Ma ha anche i sentori delle uve a bacca rossa del sud della Sardegna e la finezza di una vinificazione moderna e, diciamolo, anche un po' ruffiana, a metà tra un novello e un vino vero. Esce così dalle cantine Argiolas di Serdiana, nel Cagliaritano, l'azienda famosa in tutto il mondo per il grande Turriga, questo vino dal colore rosato quasi rosso, da uve Cannonau, Monica, Carignano e Bovale sardo, profumato e fresco, sapido, elegante nella sua semplicità. Buono, alla faccia di chi non crede nei rosati. Goloso sulle pastasciutte e con i pesci. In vendita tra gli 8 e i 9 euro.

Fino all'ultimo sorso non si riesce a mettere le briglie all'Amarona della Valpolicella Classico 1999 Aldegheri. E' vino prodotto da un'azienda non piccola, ma di tradizione, in quel di Sant'Ambrogio di Valpolicella dove l'Amarone è di casa. E questa è proprio una bottiglia di quelle classiche, tradizionali, che non strizza l'occhio al gusto internazionale come fanno molti moderni amaroni. L'appassimento delle uve (Corvina, Rondinella, Molinara e altre varietà) sui graticci fino alla pigiatura tardiva, a febbraio e il lungo invecchiamento in legno grande (con una piccola percentuale in barrique), si sentono tutti al naso con la potenza delle amarene sotto spirito che la nonna tirava fuori per gli ospiti importanti, la prugna, la liquirizia, il cuoio, le spezie... E poi all'occhio è vino denso, di un rosso scuro, quasi viola, ricco di polpa che in bocca si fa dolce e forte fino a trovare un punto d'equilibrio in un vino grandissimo come l'Amarone, ma per nulla facile. In bilico tra dolcezza e freschezza nella possenza di ben 15 gradoni alcolici. Dicono sia rosso da carni, da arrosti, selvaggina, formaggi stravecchi e piccanti. Per me è vino da bere con gli amici, da perdersi a pensare tra le chiacchiere, da meditare a fine pasto o come adesso, davanti alla tastiera, a far correre davanti le immagini delle leggere colline veronesi dove nasce questo vino di eleganza contadina, un vero gentiluomo di campagna.
Nella foto le uve di Amarone e di Recioto in appassimento.