Capretti, cervi e caprioli, ma anche tassi e marmotte, polenta, patate, castagne e il vino, che viene sempre da giù, dalle colline, dalle pianure, come rimedio alla malinconia quotidiana, come compagno di cucine robuste e di ingredienti poverissimi. Della montagna, delle montagne, ricordo il latte d'estate, quello d'alpeggio talmente denso da rimanere attaccato alla barba, i funghi che si trovano sotto le radici dei faggi, le trote, spesso motivo del mio risalire vallate, il profumo della nebbia che racconta l'autunno. C'è un misto di affumicato, di muschio, di terreni sconfinati, di resina e fuochi sempre accesi nell'immaginario del cibo di montagna. Eppure c'è una cucina "alta" anche ad alta quota e sapori immensi e irripetibili, luoghi e pensieri da salvare, angoli di focolare da reinventare e una socialità che rischia di scomparire uccisa dalle distanze lunghe dal mondo o, per paradosso, dalle vicinanze estreme del turismo. Nei prossimi giorni andrò a perdermi tra i cuochi di montagna, ad assaggiare prodotti dimenticati e ricette inesplorate, a immaginare ristoranti di confine e di crinale, a Darfo Boario Terme in Valcamonica, in questo evento dal nome brutto, Expo Sapori di Montagna, ma dai grandi contenuti, come mi dice l'amico Riccardo Lagorio che è tra gli organizzatori.
La foto non c'entra nulla, è solo in quota: è un autoscatto dove sono con mio figlio Ludovico sulla cima appena conquistata del Monte Giovo nell'Appennino tosco-emiliano.
Quando leggo i tuoi bei post, non vedo l'ora di partire con la nostra idea. :)
Posted by: massimo frezza at 02.11.07 13:46Buona fortuna per l'Expo e, mi raccomando... raccontaci dei sapori che gusterai. Attendiamo.
Posted by: mirto at 03.11.07 23:12